di Antonio Barbaresi

L’Africa è per me un “paradosso gioioso” che rimette i miei piedi occidentali comodi nella terra concreta e dura. Un paradosso tra forza e fragilità, tra voglia di vivere e disprezzo della vita, tra paesaggi mozzafiato e discariche puzzolenti fumanti, tra liturgie gioiose ma interminabili.

Tutto in Africa è grande e forte, a partire dalle formiche che sono 4 volte più grandi delle nostre, fino alle donne che portano quei pesi enormi sopra le teste e per di più un bambino appena nato legato dietro la schiena! Appena atterri con l’aereo in questo continente, subito senti che le forze ti scappano via e senti che il clima ti appesantisce. Subito fai esperienza della tua fragilità! Tu occidentale e benestante che arrivavi con l’idea di voler salvare la povertà africana fai l’esperienza di essere piccolo, debole e fragile. Sai che devi star attento a ciò che mangi e bevi per non star male di stomaco, a ciò che ti pizzica per non prendere la malaria, a riposarti per non svenire, a dove metti i piedi per non pestare chissà quale animale velenoso.

Quando vai per strada con la macchina ti viene da chiudere gli occhi per la paura, vedi cose improponibili per i nostri occhi occidentali, come moto caricate come macchine, oppure muli caricati come elefanti, oppure macchine come camion; ricordo nel lungo viaggio da Lomè a Dapaong quella corriera talmente carica, con tanti bagagli sopra il tettino, che ad ogni buca si doveva quasi fermare per non capovolgersi. Tutto questo è paradossale perché ti fa pensare che in questo ci sia un grande sprezzo per la vita dato il grande rischio.

Inizi a giudicare, inizi a dire che non è possibile vivere in un tale caos, in città con fognature a cielo aperto puzzolenti, dove ad ogni angolo vedi qualcuno che fa la pipi da incivile. Inizi a dire che è un popolo incapace di organizzarsi e valorizzare le bellezze naturali che hanno, per fare una città più vivibile. Inizi a pensare come quei tanti imprenditori occidentali, che sono andati giù a salvare l’Africa portando i cellulari dove non c’è la corrente, oppure grattacieli tra le baracche, oppure le macchine e i camion fumanti di 50 anni fa, che da noi non possono più circolare nelle nostre città ecologiche.

Ma per fortuna questa è la prima tentazione che viene, che ci rimani solo se, non ti apri al fratello e vivi l’Africa da europeo in vacanza.

Noi abbiamo avuto la fortuna di fare molte esperienze a contatto con la gente del posto, a partire dai frati francescani che ci hanno insegnato cosa significhi l’accoglienza del fratello, che è il primo valore per l’uomo africano. Cosa che noi europei a volte ci siamo dimenticati.
Alzandoci alla mattina alle 6 per la messa con i frati, cosa per noi improponibile in Italia, vedi la Chiesa piena tutti i giorni anche di giovani e che la giornata del cristiano parte con “l’andate in pace” del frate, che si concretizza con la giornata di duro lavoro per guadagnarsi da vivere.

Nelle tre settimane in cui siamo rimasti, diverse esperienze di servizio ci hanno aiutato ad aprire gli occhi: i sorrisi e i pianti dei bimbi all’orfanotrofio; la fatica condivisa per quattro ore nei campi con le famiglie a lavorare; i volti delle donne del centro dove fanno nascere i bambini di sei tribù; o con gli abbracci e strette di mano dei bambini ammalati di Aids; la gioia del “grest” che abbiamo organizzato per i bambini di Dapaong nei pomeriggi dopo il loro lavoro mattutino nei campi; i canti e balli festosi dei carcerati della prigione di Dapaong quando siamo andati a trovarli.

Stando a contatto con i fratelli, provando a condividere la vita, tutti i pregiudizi cadono e pensi che il popolo africano è un popolo coraggioso, accogliente, forte come il paesaggio che lo ha plasmato.

L’unico paradosso che rimane è la nostra fede!

Ti rendi conto che cresce e si fortifica quando sei fragile e non ti rimane altro che affidarti a Dio! L’esperienza arricchente è stata il fare amicizia e condividere la gioia con una Chiesa giovane e piena di vitalità nata un centinaio di anni fa e la nostra Chiesa millenaria che oramai sente le fatiche del nostro troppo pensare. Concludo con la frase più volte ripetuta da papa Francesco ai giovani, perché penso che riassuma anche la “cancrena” che ha la nostra Chiesa europea troppo statica nelle “tradizioni” del si è sempre fatto così:
“Rischia! Rischia. Chi non rischia non cammina. “Ma se sbaglio?” Benedetto il Signore! Sbaglierai di più se rimani fermo”.

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