Dove andiamo? Sembra una di quelle domande esistenziali, che neanche un’intera vita sarebbe in grado di rispondere. Noi abbiamo pensato di dedicarci un sabato pomeriggio, il 24 marzo, un sabato del cammino missionario 2018.

Tre ore per mettersi in viaggio attraverso foto, video, racconti e testimonianze, e raggiungere le due mete dell’esperienza proposta quest’anno ai giovani, e non solo, che hanno deciso di partire: l’Egitto e il Togo. Forse così è più facile delineare una risposta possibile, la meta è un luogo rintracciabile nella mappa terrestre. Ma la questione più profonda resta comunque insondabile. Di fronte a questa domanda, non si tratta infatti solo di scoprire un luogo, bensì di iniziare ad intraprendere un viaggio che mette il cuore in ascolto di una meta mai facilmente raggiungibile, una meta cha sarà sempre tracciata dall’esperienza di ognuno, e dal desiderio di chi parte di mettersi davvero in cammino verso la diversità. Questo è stato anche il senso del gioco che è stato proposto ai partecipanti. Un gioco a quiz, per sondare conoscenze, ma soprattutto per fare una prima esperienza di gruppo che collabora, che si sfida e sfida la fortuna, che comprende, anche solo per gioco appunto, che in ogni avventura il risultato non è mai quello che possiamo immaginare o predisporre.

In un viaggio missionario qualcosa sfuggirà sempre al proprio controllo e al di là delle proprie aspettative e delle conoscenze acquisite, ciò che si scopre è sempre molto più sorprendete di quanto ci si possa immaginare. Perché non si tratta solo di entrare in una terra straniera, diversa per lingua, cultura, religione, e di lasciarsi avvolgere da novità spesso incomprensibili, ma di scendere dentro quell’altra terra che pur familiare, si scopre improvvisamente straniera perché sepolta dentro le nostre abitudini e sicurezze.

Questo sarà in effetti, dovunque si vada, il senso del viaggio: entrare dentro di sé.

È lì che il viaggio si può compiere in pienezza e raggiunge la sua vera destinazione. Egitto e Togo sono solo due opportunità preziose per imparare a fare i conti con se stessi, per lasciare pregiudizi e convinzioni e incontrare ogni altro che attraversa il cammino.

In Egitto l’esperienza si farà in un quartiere del Cairo a Zaitun. I salesiani sono presenti da poco più di trent’anni con un oratorio e un cento giovanile a cui ora si aggiunge anche la parrocchia. Per arrivarci si attraversa un labirinto di strade piene di buche. Polvere e sabbia ovunque. Gli edifici sono grigi, le strade sono grigie, grigie anche le auto. Un paesaggio monocolore. Il compito che si sono assunti i salesiani in questo quartiere è delicato e difficile da portare avanti. Hanno orientato il proprio ministero pastorale ai rifugiati sudanesi e ai ragazzi di strada. Strano parlare di rifugiati in Egitto. Per di più i sudanesi che chiedono asilo all’Egitto provengono dal Sud Sudan, che è cristiano e vanno a chiedere asilo ad un paese che è a grande maggioranza mussulmano. I sudanesi sono alti e snelli ed hanno un portamento elegante nel camminare. Nella chiesa parrocchiale, costruita dai francesi nella prima metà del secolo scorso e ora sapientemente restaurata da mani locali che fanno vero servizio di volontariato, i battesimi sono numerosi, la catechesi è seguita da tutti i ragazzi e la S. Messa domenicale dura non meno di due ore, fra canti e danze accompagnate dai tradizionali tamburi. Ci sono poi i ragazzi di strada. Questi sono egiziani. Per ora in casa salesiana ne sono accolti solo un numero ristretto, anche perché lo spazio è davvero poco, ma quelli che vengono seguiti nel quartiere dalla equipe educativa sono in tutto circa una settantina. Il cortile dell’Oratorio è piccolo e circondato dai soliti palazzoni grigi. Per questo, i ragazzi in oratorio possono andare a turno. Nel primo pomeriggio, dalle tre alle cinque ci vanno i piccoli fino alla quinta elementare, dalle cinque alle sette quelli delle medie e dalle sette in poi i più grandi. Ai rifugiati sudanesi il governo egiziano non garantisce praticamente nulla. Chi può si adatta a compiere i lavori più umili, senza alcuna tutela lavorativa, a servizio delle famiglie egiziane o dei commercianti della zona. A causa della estrema povertà in cui versano queste famiglie almeno il primo turno di oratorio, quello dei più piccoli, termina con la preghiera e una merenda per tutti. Poi c’è la scuola di formazione italiana per i ragazzi egiziani. Un’opportunità che i salesiani offrono a tanti giovani, capaci e intelligenti, ma che non hanno possibilità di studiare nella scuola pubblica. A loro è data un’opportunità unica, quella di imparare anche la lingua italiana, oltre che acquisire capacità e competenze con cui potersi garantire un futuro migliore.

In Togo, piccolissimo paese dell’Africa occidentale, l’esperienza di incontro con la terra e cultura africana passa attraverso l’ospitalità dei frati minori della Provincia del Verbo incarnato. Tre settimane attendono i giovani partenti, che si dipanano tra Lomè, la capitale, e Dapaong nell’estremo nord del paese. I giorni nel sud sono giorni di ambientamento, in una terra non facile per chi la tocca per la prima volta: il clima pesante, il cibo semplice benché gustoso, la presenza costante delle zanzare, fanno subito percepire di essere stranieri benché accolti con grande senso di ospitalità. Nei primi dieci giorni di permanenza si cercherà di entrare in punta di piedi, alternando esperienze di servizio in un orfanotrofio, a momenti di conoscenza della città in tutti gli aspetti tradizionali più tipici. La vera esperienza di missione però si volge nel nord, terra più povera e per questo più dura. Qui piove tutti i giorni, e questo rende il clima ancora più ostile. In uno dei quartieri poveri della città, Madgiual, i frati sono presenti da tantissimi anni. Qui si trova il noviziato e oltre alle quotidiane attività di pastorale ordinaria verso le famiglie più povere, dallo scorso anno i frati hanno aperto una scuola media che fin da subito ha coinvolto più di sessanta ragazzi. Anche in questa terra la scuola è una grande opportunità, per prevenire il disagio della povertà che spesso associata all’ignoranza, non può che sfocia nel degrado e nell’assenza di dignità. È con i bambini di questa scuola che si volgono le attività di gioco e animazione nei pomeriggi di permanenza a Dapaong. Bambini che la mattina lavorano nei campi e che appena possono si riversano nello spazio antistante la scuola per incontrare, dicono loro, i loro amici italiani. Mai stanchi di un tempo semplice, ma dedicato inaspettatamente proprio a loro. Poi la visita al centro per bambini malati di aids, il servizio nel centro per bambini malnutriti, dove vengono curati e aiutati a sopravvivere i tantissimi bambini dei villaggi più poveri del paese, spesso ancora vittime della fame.

Dove andiamo, dunque? Due terre ci attendono, due terre ci ospiteranno con la loro forza e la loro povertà, due terre dove non smettere di imparare che servire è prima di tutto incontrare, rispettare, accogliere ed anche solo restituire un sorriso di speranza, un sorriso che proprio queste terre sanno inaspettatamente e gratuitamente donare.

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