Il necessario cammino verso una «città della cura»

«Decenni fa questo dramma della solitudine non sarebbe accaduto: tutti nel rione si interessavano di tutti, nel bene e nel male. Certo, se fossero stati abitanti delle Fosse, dove c’è ancora vita sociale, li avrebbero scoperti al massimo entro una settimana. Ma quanti anziani muoiono da soli e vengono scoperti dopo alcuni giorni?».

Il sentimento prevalente tra le reazioni seguite alla tragedia della coppia di anziani di Macerata e del loro figlio con problemi di disabilità trovati morti nella villetta di Santa Croce, raccolte sul web, è di disorientamento e di sconcerto. Nostalgia per un passato che non c’è più. Accuse alle istituzioni – servizi sociali, parrocchia, Caritas… – che non si sono accorte di nulla. Tentativo di contestualizzare quanto accaduto nell’ambito della crisi da Covid: «Eccolo il frutto dei tempi, distanziamento, dignità calpestata…».

«Ci vorrebbe un villaggio per avere cura di un anziano o di una persona fragile, ma quel villaggio non c’è più», scrive Ezio Manzini, docente universitario noto per i suoi lavori centrati sul tema della sostenibilità sociale, nel saggio Abitare la prossimità. Proprio nel momento in cui è necessario mantenere le distanze, la nuova condizione di vita imposta dalla pandemia mostra in modo tangibile l’importanza della prossimità. La nostalgia, tuttavia, non può suggerirci una via d’uscita. E allora che fare?

La sua analisi è lucida. Gli individui hanno sempre meno tempo per prendersi cura gli uni degli altri. D’altro canto i sistemi di servizi sociali hanno sempre meno capacità di farlo, per carenza di risorse certo, ma sopratutto perché l’idea di servizio su cui si basano non riesce a fare fronte alla dimensione e varietà dei problemi da affrontare. È il modello stesso della “città dei servizi” ad avere raggiunto un limite di saturazione non superabile: «Nessun servizio sociale immaginato per intervenire su persone in specifici momenti di difficoltà, può sostenere una situazione in cui, per un numero crescente di persone, la precarietà tende a diventare la condizione normale di esistenza».

La proposta? Bisogna cambiare parametro. Passare da una “città dei servizi”, in cui le persone sono spinte a sentirsi e ad agire come clienti passivi, ad una “città che cura”, in cui i cittadini sono sostenuti nella loro capacità di essere attivi, di collaborare, di produrre beni comuni e di avere cura tra di loro. Il libro presenta una serie di iniziative, già realizzate in diverse città europee, che vanno in questa direzione: condividere spazi comuni, organizzare reti di supporto per anziani e persone fragili, creare circoli di cura in cui gruppi di cittadini, che hanno uno stesso problema, si aiutano vicendevolmente con l’aiuto di esperti. Porre le basi, insomma, per un welfare relazionale e collaborativo, in cui tutti gli attori in campo si sentano parte di una comunità di cura.

L’autore si spinge fino a proporre una differente “ecologia del tempo”, in cui il ritmo uniforme e accelerato della modernità cede il passo al tempo plurimo della “città che cura”, fatto sì di velocità, ma anche della lentezza necessaria per intessere relazioni e favorire la nascita di nuove comunità aperte e inclusive. Una prospettiva interessante, sulla quale potrebbe essere utile confrontarsi: in fondo che cosa è la politica, se non la capacità di lasciarsi interrogare dai fatti che accadono e progettare un futuro possibile?

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