«Per me la Goccia è un posto sicuro»: poche parole scritte da un bambino e proposte da un video riassumono la missione e la storia de La Goccia, l’associazione che sabato 16 ottobre si è ritrovata a Macerata nell’Aula Magna del Polo Bertelli dell’Università di Macerata per celebrare il ventennale. La Goccia fu un’intuizione nata in Azione cattolica per dedicare un’attenzione speciale ai bambini e alle bambine con difficoltà nella storia delle loro famiglie, o che, addirittura, non potevano avere una famiglia.

A vent’anni di distanza dai primi passi, l’incontro di sabato – intitolato: «Ripartiamo dall’accoglienza: ricostruire legami per custodire il futuro» – ha rappresentato un momento di riflessione e confronto nel quale si sono incrociate esperienze, suggestioni, memoria, nuove esigenze. Nel saluto di apertura la presidente Valeria Rossi ha ricordato come la scelta di ritrovarsi sia stata presa un anno fa, con la decisione di puntare sul tema dell’accoglienza e della cura, ripartendo dall’incontro con l’altro.

Paolo Carassai ha ricordato come tutto sia iniziato con Alexia, la prima bambina accolta in affidamento da lui e dalla moglie Flavia – ora loro figlia –, con disabilità gravissime: «Non siamo riusciti a dirle di no». Nessun eroismo esibito, seppure in questi anni la loro famiglia abbia accolto 23 bambini, oltre alle tre figlie adottate, ma il riconoscimento di aver dato «non un sì pieno, ma un perché no da vivere tutti i giorni». E il ricordo del versetto della Lettera agli Ebrei, faro per l’esperienza de La Goccia: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (13,2). Non è mancato il ricordo del vescovo Luigi Conti, scomparso da pochi giorni, da subito vicinissimo all’esperienza di accoglienza, che volle Alexia all’apertura dell’Anno Santo del 2000 e poi mise a disposizione dell’associazione la sede.

Sono seguiti numerosi e densi interventi, coordinati dal giornalista Luca Romagnoli, a cominciare da quello della professoressa Alessandra Fermani che ha rilevato che oggi «chiave di volta della famiglia è la generatività». Poi, in collegamento online, il presidente nazionale del Forum delle famiglie Gigi De Palo ha riassunto l’esperienza de La Goccia nella costatazione che «quello che per il mondo è uno scarto, per me poteva diventare un figlio» e questo perché «siamo in debito. Si tratta di provare a ridare un pezzetto dell’amore ricevuto dal Signore», e la moglie Anna Chiara Gambini ha riconosciuto che di fronte al loro quinto figlio Giorgio Maria, con Sindrome di Down, si sono trovati ad «accogliere perché non si può fare altro, perché l’accoglienza è ciò che ci libera veramente».

Dal vescovo Marconi la constatazione che «tutti sentiamo bisogno di una nuova accoglienza, concreta, materiale, visibile», ma il legame non deve essere coercitivo, bisogna imparare a «leggersi l’un l’altro per capirsi e migliorarsi a vicenda, con stima reciproca e correzione fraterna». Per l’ex presidente nazionale dell’Azione cattolica Matteo Truffelli c’è bisogno di «fare spazio alla fragilità, alla differenza, al bisogno e farne anche una chiave di giudizio, per interpretare, leggere, giudicare ogni elemento della realtà». E poi Cristina Riccardi dell’AiBi (Amici dei bambini), cui la Goccia è legata, ha notato come l’affido non sia «mai preso molto in considerazione dalla politica» e che «per aggiornare le norme, il riferimento non può essere “Bibbiano”, ma le esigenze del bambino». Ha concluso Stefano Cacciamani raccogliendo l’indicazione a coltivare la «passione dell’accoglienza, a riconoscere il valore delle reti di relazioni; ad avere il coraggio di progettare e a impegnarsi a fare cultura».

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