Se un blackout digitale sembra spegnere anche la vita

Niente da fare. Sono le 23.30 del 4 ottobre, la rotellina continua a girare. Fai un ultimo tentativo, mezzo addormentato, ma la pagina ancora non si carica. Il blackout è iniziato di pomeriggio. Un lungo periodo di isolamento, interrotto solo da uno scambio di sms: «Funziona Whatsapp? A me no». «Whatsapp, Facebook, Instagram, bloccati in tutto il mondo». «Adesso è ok?». «Ancora no».

A tutti è capitato di smarrire un foglio di appunti, scrive il filosofo francese Bernard Stiegler all’inizio del saggio Platone digitale. In quel preciso momento, sottolinea, ci rendiamo conto che una parte di noi – la memoria – è fuori di noi, e ne possiamo perdere il controllo. Già, ma cosa accade se a smarrirsi non è la lista della spesa, ma un intero mondo di relazioni? E poco importa se si tratta di relazioni mediate da un piccolo schermo luminoso. La separazione tra reale e digitale non ha più ragion d’essere. La nostra vita trascorre in una dimensione ibrida, “On-Life”, per usare le parole dello studioso Luciano Floridi.

Abbiamo riflettuto sulle comunità digitali, sulla qualità delle conversazioni che si sviluppano in rete, sulle invettive che circolano, sulla radicalizzazione delle posizioni. Ma in questo caso si tratta di un problema più profondo. È l’hardware che ha cessato di battere per qualche ora. Il sistema, per una volta, ha fatto cilecca. Ivana Pais, docente di sociologia economica presso la Cattolica di Milano, ha approfondito il tema delle piattaforme digitali (Futuro prossimo. Città delle prossimità e piattaforme digitali). Le piattaforme sono infrastrutture, al pari di autostrade, ferrovie, sistemi fognari. Ferraglie, asfalto, tubature virtuali, che rendono possibile il rapporto tra diversi soggetti. Non solo: le piattaforme digitali sono in grado di trasformare in dati ogni forma di interazione umana, e di vendere i dati raccolti. Come sia possibile monetizzare i battibecchi che infestano i social resta un mistero, eppure è proprio così. La maggiore responsabilità degli oligarchi della Silicon Valley è rivolta nei confronti degli investitori, non certo degli utenti della rete.

Le tecnologie che usiamo tutti i giorni non sono neutrali: possono essere progettate per favorire le relazioni o per accentuare conflitti, per accentrare il potere o per distribuirlo, per sfruttare gli utenti o per rendere loro un servizio. Contribuiscono a costruire scenari futuri, orientano le azioni nel presente. La loro concentrazione nelle mani di pochi rappresenta un problema enorme di democrazia a livello mondiale. Talmente grande che nessuno sembra coglierne la gravità. Nessuna mobilitazione, nessuna piazza gremita, nessuna protesta. All’una di notte l’aritmia è superata. Quando ti svegli il feed di Whatsapp è nuovamente attivo. Il primo messaggio che si fa beffa di quanto accaduto lo veicola un Minion, salopette di jeans, capelli a spazzola e occhialone al centro della fronte: «Si è registrato un calo significativo nel flusso planetario di sciocchezze» (il termine usato è più diretto). Mentre bevi il caffè, pensi che abbiamo affidato al mondo dell’informazione digitalizzata gran parte della nostra vita, costretta a districarsi in un sottobosco caotico dove tutto si confonde, che poggia su interessi economici e strutture decisionali per nulla trasparenti: cosa succederebbe se potessimo riappropriarci della rete, per costruire relazioni di prossimità?

Print Friendly, PDF & Email

Comments

comments