“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Il centro di ascolto e di prima accoglienza di Macerata lancia un’opportunità: far emergere dei giovani talenti. Se, infatti, “ha talento soltanto chi si impegna”, uno dei massimi esponenti della pedagogia teatrale del Novecento, Orazio Costa, sarebbe orgoglioso del lavoro svolto dalla regista Fabiana Vivani insieme al suo gruppo di emergenti “attori” che in uno spettacolo corale si esibiranno giovedì 30 dicembre alle ore 18 presso il centro d’ascolto della Caritas di Macerata.

Nell’ambito del progetto ABITARE, EDUCARE, INTEGRARE, finanziato dalla Regione Marche con le risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, lo scorso ottobre è nato un laboratorio teatrale, quello curato e diretto dalla regista ed insegnante di pedagogia teatrale Fabiana Vivani, incentrato proprio sulla pedagogia dell’espressione.

«Ho attivato un processo di espressione, ossia ciascun educando ha avuto l’opportunità di raccontare la propria storia e la propria identità individuale. Attraverso attività ed esercizi mirati ed incentrati sui testi del poeta-cantautore Fabrizio De Andrè – continua l’educatrice – vi è stata lentamente la conoscenza del tipo di persona, il suo linguaggio a predisporla all’incontro con se stessi e con l’altro. Una finalità essenziale e significativa è stata ed è quella di chiedere agli allievi come sono stati nel percorso e che cosa sia cambiato in loro». Ascoltando infatti le testimonianze dei ragazzi attori, è immediatamente tangibile l’impatto che il laboratorio avviato ha avuto in primis nell’esperienza personale di ciascuno.

«È stato un percorso molto intenso – ci racconta Alessia Guidi (laureanda in Sviluppo e cooperazione internazionale e operatrice di accoglienza presso il centro di ascolto) – perché ha fatto emergere le mie emozioni». «Questi mesi di lavoro mi sono serviti per imparare ad essere più sicura di me stessa», sono le parole di Valeria Benacquista (Tirocinante presso la cooperativa Rapadura e laureanda in mediazione linguistica). Benedetta Petroselli (dottoranda e civilista) sostiene l’importanza di un lavoro di questo tipo per far emergere dei lati nascosti , come quello della femminilità: «mi sono sentita veramente gratificata dalle parole della maestra Fabiana che ha riconosciuto un’energia contagiosa in me». E ancora, significative le parole di Riccardo Carota (studente universitario e civilista), «sono state valorizzate le mie doti teatrali latenti» e quelle di Francesca Minnozzi (maestra di italiano alla scuola per gli stranieri), «quello che sono a teatro non sono a lavoro e questo per me è un cambiamento epocale».

Indubbiamente potenti e considerevoli i racconti, poi, di tutti i ragazzi del centro di ascolto che, seppur incontrando le indiscutibili difficoltà imposte loro dalla lingua, hanno scelto di mettersi in gioco in un percorso strano, a tratti magico: «pur essendo una persona molto chiusa, sono riuscita ad aprirmi caratterialmente con gli altri», ci dice Ali Juniku; Mohammed Imbrahim: «ho avuto una grande opportunità: quella di suonare in pubblico con la mia chitarra ricordando il grande Fabrizio de Andrè». Per qualcuno come Joussaf Ali «è stata un’occasione per stare insieme in compagnia» e continuare a impegnarsi nello studio della lingua italiana; per qualcun altro, come Lamin Diallo, addirittura una vera illuminazione: «voglio diventare un attore e continuare a partecipare ai laboratori teatrali curati dalla maestra».

Entusiasmo, partecipazione e collaborazione, insomma, hanno caratterizzato questi mesi di lavoro e di gioco, di creatività e valorizzazione del sé. «Tutti e sottolineo tutti ha esperito la loro unicità ed originalità- conclude la regista- È un dovere, è un compito dell’educatore quello di aiutare a realizzare chi è l’altro. È un servire la vita».

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