Escludere il Natale? Il suo messaggio è solo accoglienza, che va applicata

Alle sei di mattina la casa è ancora al buio. Davanti alla capanna del presepe non c’è nessuno: i led verdi del modem lampeggiano, la caldaia è ripartita da poco, il compressore del frigo scarica in un borbottio la sua stanchezza.Forse non è un caso che la luce del Natale si accenda nel periodo più freddo dell’anno, quando ogni fioritura sembra una remota anomalia, suggerisce la scrittrice polacca Olga Tokarczuk – premio Nobel della letteratura nel 2018 –all’inizio del racconto “Il presepe di Bardo”.

Proprio il Natale, nei giorni scorsi, è stato al centro di una polemica nata dalla pubblicazione di alcune linee guida della Commissione Europea, finalizzate alla diffusione di un linguaggio inclusivo e non discriminatorio. In una parte del documento si sottolinea che non tutti celebrano le festività cristiane, e non tutti i cristiani le celebrano nella stessa data. Da qui l’invito a sostituire frasi del tipo “Il periodo natalizio può essere stressante” con “I momenti delle vacanze possono essere stressanti per coloro che celebrano il Natale o Hanukkah” e altri esempi del genere.

La diffusione del documento, in seguito ritirato, ha aperto un dibattito le cui posizioni principali possono essere riassunte in questo modo: il Natale è un simbolo ingombrante, da edulcorare il più possibile in nome di quella cancel culture che tende a rimuovere tutto ciò che potrebbe risultare offensivo nei confronti della pluralità di etnie e culture che caratterizza le nostre città. Al contrario, hanno detto altri, Natale deve restare un simbolo identitario forte, da utilizzare, se necessario, come strumento di polemica politica.

La posizione più significativa, tuttavia, è venuta da coloro che hanno proposto di dare nuova vita al Natale, presentandolo come simbolo impegnativo di accoglienza e valorizzazione di ogni lingua e di ogni cultura. Il presepe nasce come nascono le città, per aggiunte successive, dice Olga Tokarczuk. La protagonista del suo racconto è la custode infedele di un presepe monumentale: percepiva, dice la scrittrice, che qualsiasi cosa venisse inserita nel presepe sarebbe stata al posto giusto; tutto il mondo doveva essere condotto all’ingresso della capanna. Per questo motivo aggiungeva di nascosto statuine di uomini imbrattate di sangue, torri di vedette, carabine, macerie di città. Angeli e filo spinato. Estrazioni del carbone, banche, elezioni, psicoanalisi, fisica nucleare, violenze in famiglia: tutto, conclude la scrittrice polacca alla fine del racconto, deve essere presentato al cospetto della Natività.

Accanto alla Natività, probabilmente, dovrebbero trovare posto anche i profughi bloccati ai confini tra Polonia e Bielorussia. «Natale lo avete cancellato ogni volta che li avete respinti, perseguitati, cacciati», ha scritto in un post il giornalista di “Avvenire” Nello Scavo, da sempre in prima linea nel raccontare il dramma dei migranti. A commento di questo post, qualcuno ha aggiunto: «Se l’Europa si preoccupa di promuovere valori di inclusione, perché non aiuta le persone che vivono come dannati ai confini di casa nostra?». Alcune famiglie polacche hanno acceso lanterne verdi alle finestre per lanciare un segnale di accoglienza. Nel loro piccolo, anche i led verdi del mio modem continuano a lampeggiare davanti alla capanna del presepe; testimoni discontinui di resistenza, compagni di tutte le storie che implorano un largo perdono.

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