Il messaggio della Pasqua, che si rinnova ogni anno, è l’annuncio di una luce che brilla oltre la morte e apre a un futuro di bene. In questo tempo, così segnato da paure e sensi di sconforto, ne abbiamo un bisogno davvero pressante.

In parallelo col risveglio della natura a primavera, abbiamo bisogno di cercare i germogli di una nuova bella stagione per l’umanità, che timidamente stanno cominciando a farsi vedere. Un primo segno di speranza è stato la possibilità di ricominciare a incontrarsi, a popolare le nostre chiese, a celebrare insieme i riti della Settimana Santa, quei segni della fede e della tradizione che ci ricollegano con Dio e tra di noi. La fede non si riduce certo a riti e tradizioni, come il genio di un pittore non è certo determinato dai tubetti di colore che usa, ma è tuttavia attraverso quei colori e quelle tele che si esprime e diventa concreto.

Così tutti noi abbiamo bisogno di una fede che si fa incontro, che si fa canto, che si esprime nella luce e nel condividere gli spazi e le strade. Tornare a una fede che celebra la Pasqua nella bellezza di tutto questo è un primo timido ma concreto segno di speranza dopo le lunghe stagioni in cui la pandemia ci ha costretto al distanziamento fisico. Un secondo segno incoraggiante è l’accoglienza generosa e diffusa dei profughi in fuga dalla guerra scatenata contro l’Ucraina.

Se la tragedia dalla guerra ci fa sperimentare come il mistero dell’iniquità possa ancora infettare i cuori degli uomini e trasformarli in demoni, è però ancora possibile rimanere umani. Tanti si sono mobilitati per dare un aiuto economico, per collaborare ad accogliere, per portare una presenza umana e condividere un sorriso con chi giungeva. Ho anche visto un certo positivo pudore nei mass media: fare della guerra un grande spettacolo, solo una macchina per alzare l’audience, ha infettato alcuni, ma fortunatamente non tutti. Commozione, attenzione e partecipazione umana sono state quasi sempre vere e in un mondo così pieno di falsità come è spesso quello dei mass media, è stato un altro segno di speranza. L’umanità non è finita finché siamo capaci di commuoverci per andare incontro a chi soffre.

Nella nostra diocesi, questo aprile di Passione e Resurrezione, si chiuderà con un altro bel segno di speranza. Il prossimo 23 aprile, alla Abbadia di Fiastra, diventeranno sacerdoti due nostri giovani: don Filippo Gobbi e don Luca Riz, della comunità dei Figli del Sacro Cuore, che hanno completato il loro percorso formativo al Seminario Romano. Il fatto che ancora oggi ci siano dei giovani che regalano la loro vita per mettersi a servizio della fede dei fratelli getta una luce di speranza su questo nostro mondo spesso intriso di egoismo. All’odio ed alla violenza della guerra che travolgono una generazione di giovani ponendoli sulle barricate dell’odio, si può rispondere solo seguendo Gesù nel dono della propria vita.

Poco dopo l’inizio della guerra, in una cornice di festa da stadio, ho sentito Putin citare addirittura il Vangelo, dicendo che i suoi soldati morivano fianco a fianco secondo la parola di Gesù che dice: «non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici». Mi è sembrata una profanazione diabolica di queste parole così sacre e belle. D’altra parte, nel vangelo delle tentazioni di Gesù anche il diavolo cita la Bibbia! Le celebrazioni pasquali, l’impegno di tanti per l’aiuto e l’accoglienza ai perseguitati dell’Ucraina, e anche l’Ordinazione presbiterale ormai vicina di Luca e Filippo, mi sono sembrate invece un rinnovato omaggio a quelle parole sante che la violenza bruta aveva cercato di insozzare. Questa è la Pasqua, la gioia di vedere ancora oggi un amore grande in azione, quando tanti di noi cercano di fare della loro vita un dono di amore per gli altri. Buona Pasqua di Resurrezione.

 

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