di Ugo Bellesi

Le tradizioni della civiltà contadina non finiscono mai di stupirci. Sappiamo tutti che Sant’Antonio Abate viene da sempre rappresentato con le vesti di un frate cappuccino che ha ai suoi piedi un maiale. Nel medioevo quel maiale rappresentava il demonio che il Santo aveva sconfitto quando, giovanissimo (III secolo a.C.) si era ritirato nel deserto, e aveva subito le durissime tentazioni del diavolo riuscendo però sempre a superarle. Nel tempo però la religiosità contadina ha fatto sì che quel maiale fosse visto proprio come uno dei tanti animali allevati dagli agricoltori e quindi Sant’Antonio è diventato protettore degli animali.

E perché proprio del maiale? Per il semplice motivo che nelle famiglie contadine l’animale più “importante” è stato sempre il maiale, al di sopra dei buoi visti soltanto come “forza motrice”, al di sopra degli animali da cortile, al di sopra della pecora che forniva solo latte e lana, al di sopra dei conigli e degli stessi piccioni. Infatti il maiale assicura la carne e il condimento per tutto l’inverno e per gran parte dell’estate fino alla trebbiatura. Del maiale infatti non si butta via nulla.

Nelle Marche un tempo c’erano i maiali neri. Si facevano vari incroci ma senza grossi risultati. Finchè arrivarono i maiali color bianco avorio degli allevamenti inglesi che soppiantarono tutte le altre razze. Ma i più anziani dei nostri contadini sostengono che i ciauscoli prodotti con i maiali neri erano migliori. E’ per questo che da sempre si è sperato di ricreare una razza di suini che avesse le stesse caratteristiche dei maiali neri.
Soltanto a metà degli anni 2000 si è riusciti a creare il “suino della Marca” a seguito delle tante insistenze dei Consorzi di produzione della nostra regione. Infatti la mancanza di un tipo genetico autonomo marchigiano rendeva meno pregiati gli insaccati dei nostri produttori.

La nuova razza del “Suino della Marca” risulta possedere le qualità migliori di tre razze caratterizzate da grande rusticità come la Cinta senese, capacità riproduttiva come la Large White italiana, e carnosità come la Duroc italiana. Intanto però proseguirà l’opera di miglioramento di questa razza con un apposito programma di selezione genetica. Tale programma viene sostenuto nelle Marche finanziando i mattatoi, migliorando la biosicurezza degli allevamenti e promuovendo l’aggregazione degli allevatori in un organismo unitario. Ma si guarda anche alla valorizzazione e al recupero delle aree interne della regione mediante l’apertura di nuovi allevamenti che possono creare posti di lavoro e risollevare l’economia delle zone danneggiate dal sisma.

Ma si guarda anche più lontano perché avendo il ciauscolo già un riconoscimento Igp, potendo contare su allevamenti di suini direttamente nel nostro territorio, sarà più facile portare avanti l’iter per il riconoscimento della Dop al “ciauscolo dei Sibillini” prima che l’iniziativa ci venga “soffiata” dall’Umbria.

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