4 ottobre, festa di San Francesco. Card. Zuppi: “Il lupo terribile della guerra sia addomesticato”

Il card. Zuppi ha presieduto ad Assisi la Messa per la Festa di San Francesco, affidando l'Italia al nostro Santo Patrono e rilanciando l'appello del Papa a "trovare la via del dialogo e le garanzie di una pace giusta" in Ucraina. Il "grazie" al presidente Mattarella, che ha acceso la lampada votiva dei Comuni d'Italia davanti alla tomba del Santo

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

di M.Michela Nicolais

“Con San Francesco crediamo che il lupo terribile della guerra sia addomesticato e facciamo nostro l’accorato appello di Papa Francesco indirizzato certo ai due presidenti coinvolti direttamente – un aggressore e un aggredito – ma anche a quanti possono aiutare a trovare la via del dialogo e le garanzie di una pace giusta”. Con queste parole, riferite alla drammatica attualità, il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha concluso l’omelia pronunciata ad Assisi nella Messa per la Festa di San Francesco, cominciata con un “grazie” al presidente Mattarella, “perché ci rappresenta e ci incoraggia a sentirci parte di questo nostro bellissimo Paese”. E proprio il Capo dello Stato, quest’anno, ha avuto il compito di accendere la lampada votiva dei Comuni d’Italia davanti alla tomba del Santo, come segno di particolare vicinanza alla popolazione italiana duramente colpita in questi due anni dal Covid.

“Fratelli tutti è il contrario della pandemia”, ha spiegato Zuppi. San Francesco, “mite e umile di cuore come il suo Gesù – in un mondo che era e che è segnato da lupi e cittadini violenti o paurosi, da torri e spade, da cavalieri e briganti, da guerre e inimicizia, inquinato da troppo odio tanto da rendere impossibile parlare di pace – progetta e inizia a vivere un mondo fraterno, disarmato, dove c’è spazio per ognuno, a cominciare dai più poveri e fragili”, ha attualizzato il presidente della Cei: “Abbiamo bisogno di luce, che vuol dire speranza. E il nostro Patrono ci fa sentire a casa – tutti si sentono a casa ad Assisi – e ci aiuta a guardare anche le difficoltà con la forza dell’amore”.

“Nella tempesta della pandemia abbiamo sperimentato tanto buio, inatteso e prolungato”, l’affresco di Zuppi, che ha citato la “memorabile preghiera” di Papa Francesco in Piazza San Pietro: “Ci siamo trovati impauriti e smarriti”. “Non lo dimentichiamo”, l’appello: “Non vogliamo dimenticare, come quando si vince il dolore rimuovendolo o divorandolo nella bulimia di emozioni che non diventano mai sentimento, consapevolezza, scelte, umanità: tutto è digitale, e un cuore digitale è un pò preoccupante, perché non svolge quello per cui l’abbiamo”. “Raccogliamo oggi il testamento affidatoci da chi non c’è più per colpa del Covid”, l’invito: “Alcuni dei loro nomi li deporremo accanto a questa lampada”.

(Foto: Paolo Giandotti – Ufficio Stampa per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

“Che non sia stato l’ennesimo grave evento storico da cui non siamo stati capaci di imparare”, l’auspicio: “In quella notte terribile – ha detto Zuppi rievocando la lezione del Covid – abbiamo visto anche tante luci, tutte, consapevolmente o meno, riflesso di un amore più grande. Abbiamo capito che non si può lasciare nessuno solo e anche che il buio può essere sconfitto, pure solo con una piccola lampada di umanità. Sono state le luci che il personale sanitario, gli infermieri, i volontari, hanno acceso con i piccoli grandi gesti di umanità: consolando lacrime, stringendo mani, dando sicurezza, anche solo una carezza o uno sguardo. Ricordo quanti di loro come delle forze dell’ordine, dei farmacisti, operatori di carità hanno perso la vita per motivo del servizio, continuando ad aiutare nell’emergenza. Essi sono tra i giusti che ascoltano quelle tenere parole di gratitudine di Dio: ero malato e sei venuto a visitarmi, prendi parte alla gioia che non finisce”. “Oggi siamo nella casa di San Francesco, Patrono dell’Italia, a ricordare, a ringraziare ma anche a scegliere perché non vogliamo dimenticare velocemente le lezioni della storia”, ha assicurato il presidente della Cei: “Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più ‘gli altri’, ma solo un ‘noi’”. “Aiutare gli altri ci fa trovare noi stessi!”, l’eredità di San Francesco: “questo il giogo dolce e soave che ci unisce a chi per primo si è legato a noi, Gesù: un legame di amore che ci libera dal giogo, quello sì, pesante e insopportabile dell’individualismo. Se ne esce solo insieme! Le difficoltà non sono affatto finite. Lo vediamo drammaticamente nel mondo e nel nostro Paese”.

“Affidiamo l’Italia all’intercessione del nostro Patrono”, la parte centrale dell’omelia. “Sostenga, in un momento così decisivo, l’amore politico e di servizio alla casa comune, perché nella necessaria diversità tutti concorrano all’interesse nazionale, indispensabile per rafforzare le istituzioni senza le quali nessun piano può essere realizzato e per affrontare delle sfide così grandi”, la prima invocazione: “Il nostro Patrono, uomo universale, aiuti l’Europa a essere all’altezza della tradizione che l’ha creata e il mondo intero a non rassegnarsi di fronte alla guerra.

Lui, amico di tutti, ci aiuti a sconfiggere ogni logica speculativa, piccola o grande, anonima e disumana: la speculazione è sempre una forma di sciacallaggio che aumenta le ingiustizie e crea tanta povertà, e mi sembra che non manchi”. Fratelli tutti, “ad iniziare dai più fragili, come gli anziani, che sono una risorsa e non un peso, che vanno protetti a casa dove conservano tutte le loro radici e dove ci aiutano a trovarle”: “Fratelli tutti che guardano al futuro, che lo desiderano per gli altri lottando contro il precariato dei giovani, dando loro fiducia e sicurezza perché possano dimostrare le loro capacità senza paternalismi insopportabili. Futuro che chiede rispetto dell’unica casa, dell’ambiente, perché possiamo continuare a cantare la bellezza del creato. Curiamo le ferite profonde nascoste nelle pieghe della psiche – quante il Covid ne ha lasciate! – o con la competenza professionale ma anche tessendo comunità e fraternità che donano sicurezza e fanno sentire protetti e amati. La nostra comunità è forte, ha tanta storia e umanità, per essa nessuno è straniero e insieme si trova il futuro che tutti desiderano. Viviamo la benedizione che sempre è la vita, la sua bellezza perché sia anche appassionante trasmetterla e donarla, garantendo la grandezza della maternità”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

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