Le donne e l’Olocausto/1: Anche a Ravensbrück una luce splende

Vittime della persecuzione e dello sterminio nazista non furono solo i bambini, i ragazzi e gli uomini, ma anche le donne. Non solo donne ebree ma anche politiche, Rom, che furono soggette a una persecuzione eccezionalmente brutale da parte del regime. L’ideologia nazista prese di mira in particolare le donne Rom, quelle di nazionalità polacca e quelle che avevano difetti fisici o mentali e che vivevano negli istituti.

Ravensbrück è stato il più grande campo di concentramento femminile della Germania Nazista. Costruito in una proprietà personale di Himmler su un terreno formato da una duna sabbiosa e desolata, talmente fredda da essere chiamata “la piccola Siberia di Meklenborg”. Le prime deportate ad esservi internate con le ebree erano: comuniste, socialdemocratiche, testimoni di Geova, antinaziste in genere e le “ariane” accusate del grave reato di aver violato le Leggi sulla purezza razziale avendo avuto rapporti sessuali con una razza inferiore a quella tedesca.

Una lista, peraltro incompleta, denominata Zugangsliste, salvata clandestinamente nel lager, riporta i nomi di 25.028 donne deportate dai nazisti nel campo. Molte di loro vennero costrette a lavori pesanti nella fabbrica Siemens di Berlino e in una sartoria per i militari, con turni di lavoro durissimi.

Nel campo vi fu anche una violenta epidemia che venne studiata con le donne diventate cavie per esperimenti scientifici quando non erano più in grado di lavorare. Molte giovani vennero sterilizzate. Molte donne vennero impiegate come prostitute nei bordelli di altri campi di concentramento come Mauthausen e Gusen. Alcune partivano volontarie per sfuggire alle terribili condizioni di vita del campo e per salvarsi dal medico eugenista del campo, Friedrich  Mennecke, che sceglieva le deportate fisicamente più debilitate e inabili al lavoro, da eliminare nei centri per lo sterminio, e ne selezionava altre per i suoi sadici esperimenti.

Ravensbrück fu anche campo di preparazione per le ausiliarie SS, donne addette alla sorveglianza dei block femminili e soprattutto in altri lager. Avevano stipendio e uniforme delle SS ma non avevano gli stessi diritti dei maschi. La loro ferocia sbalordì le stesse SS. Molte, a guerra finita, furono processate e condannate a morte o a svariati anni di reclusione per crimini contro l’umanità.

A gennaio ’45 nel campo vi erano 46.000 deportate; ad aprile il loro numero si era ridotto a 11.000. Il 30 aprile 1945 il campo di Ravensbrück fu finalmente liberato dalle forze sovietiche. I russi vi trovarono 3.000 prigioniere scampate all’evacuazione, in parte gravemente ammalate, stremate e completamente denutrite. Poche ore dopo le unità sovietiche in avanzata, salvarono anche le scampate alla marcia della morte. Si stima che tra il 1939 e il 1945 il campo di Ravensbrück abbia ospitato circa 130.000 deportati, dei quali 110.000 donne. I documenti sopravvissuti alla distruzione da parte delle autorità del campo indicano circa 92.000 vittime.

Una luce splende anche a Ravensbrück

Il Venerdì Santo del 30 marzo 1945, le SS chiamano i numeri delle prigioniere del Blocco 15 che il medico ha selezionato come inabili al lavoro, destinandole alla camera a gas. Madre Maria ovvero Elisabetta Pilenko-Skobtsova, (1891-1945) suora ortodossa, non è nella lista, ma lei decide di prendere il posto di una donna ebrea madre di tre figli, facendola saltare fuori della finestra. Avviandosi sul camion diretto al crematorio saluta le detenute rimaste: «Vado in Cielo…» dice loro, poi rivolgendosi alle altre sventurate con lei sul carro: «Andiamo insieme, vi aiuterò a morire bene…». I l giorno dopo, il 31 marzo, entra con le sue compagne nella camera a gas. Fu soprannominata “L’Anima di Ravensbrück“.

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