Le donne e l’Olocausto/3 I volti delle donne

La vita di Luciana Nissim Momigliano attraversa tutto il Novecento. Di quel periodo vive il più oscuro: quello della persecuzione e della deportazione nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Esperienza vissuta insieme ad alcuni amici carissimi: Vanda Maestro, che non fece ritorno, e Primo Levi, a cui Luciana sarà legata da amicizia per tutta la vita. Nasce a Torino nel 1919 da una famiglia ebrea originaria di Biella. Il padre è commerciante. Aveva partecipato alla Grande guerra, venne picchiato dai fascisti. Nel 1933 prende la tessera per non mettere in difficoltà le figlie. Dopo la maturità liceale si iscrive a Medicina quando vengono emanate le leggi razziali, ma non riguardavano gli iscritti in Università, quindi nel 1943 si Laurea. In quegli anni Luciana si lega ai “ragazzi della biblioteca ebraica”: tra loro Franco Momigliano e Primo Levi. Discutono di ebraismo, di filosofia, di politica, di resistenza al fascismo, di emigrazione in Palestina. Dopo l’8 settembre, la famiglia Nissim si rifugia in un paesino della Valle d’Aosta, Brusson, dove Luciana ritrova Primo Levi, Vanda Maestro e altri insieme a ex militari che vogliono partecipare alla resistenza. Raggiungono ad Amay le prime formazioni partigiane. Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, le milizie fasciste iniziano però un rastrellamento che porta all’arresto, tra molti altri, dei giovani torinesi. Dopo il carcere di Aosta Luciana viene portata nel Campo di Fossoli, da cui nel febbraio 1944 partirà per Auschwitz. In quel viaggio tragico ritrova gli amici: Primo Levi, Vanda Maestro e Franco Sacerdoti e altri giovani. Solo Luciana e Levi torneranno. È grazie alla laurea in medicina che potrà sopravvivere: viene infatti assegnata alla infermeria del campo e in un secondo momento a quella di un campo di lavoro a Hessisch Lichtenau. Riesce a fuggire nell’aprile del 1945 e, dopo tre mesi, raggiunge l’Italia.
25Dopo il rientro in Italia entra nella clinica pediatrica di Torino. Nel 1946 si sposa con Franco Momigliano. Conseguita la specialità in pediatria è subito assunta alla Olivetti di Ivrea, con l’incarico di dirigere l’asilo nido, mentre Franco Momigliano è responsabile della Direzione relazioni interne. Si specializzerà poi in Psichiatria.
Nel 1987 muore suicida Primo Levi e muore l’anno successivo anche il marito. Per anni lei non affrontò l’esperienza nei campi di concentramento, poi sente il dovere di testimoniare e lo farà fino alla morte.

È figlia di contadini Lidia Beccaria Rolfi che terminati gli studi magistrali iniziò ad insegnare in una scuola elementare a Torrette nel comune di Casteldelfino in Valle Varaita. Entrò presto in contatto con la locale Resistenza, XV Brigata “Saluzzo” e diventò staffetta partigiana con il nome di battaglia di “maestrina Rossana”. Il 13 aprile del 1944 fu arrestata dai fascisti della Guardia Nazionale Repubblicana a Sampeyre ed incarcerata a Cuneo. Consegnata alla Gestapo, venne trasferita prima a Saluzzo e poi alle carceri nuove di Torino. Nel carcere di Torino divise la cella anche con Anna Segre Levi, nonna del suo compagno di brigata Isacco Levi. Venne deportata nel campo di concentramento nazista di Ravensbruck assieme ad altre tredici donne. Rimase nel Lager sino al 26 aprile 1945, dapprima nel campo principale e successivamente nel sotto-campo della Siemens & Halske. Ritrovò la libertà nel maggio 1945, durante la marcia di evacuazione organizzata dalle SS. Rientrata in Italia nel settembre del 1945, riprese l’insegnamento. Lavorò per l’Istituto Storico per la Resistenza di Cuneo e per l’Associazione nazionale ex deportati. Per quasi trenta anni si impegnò per far conoscere l’esperienza delle deportate donne, portando la sua testimonianza nelle scuole e in molti incontri pubblici. Nel 1978 scrisse insieme ad Anna Maria BruzzoneLe donne di Ravensbruck“, prima opera in italiano sulla deportazione femminile nei campi di concentramento della Germania nazista. Nel 1996 diede alle stampe il suo secondo libro, “L’esile filo della memoria”, racconto autobiografico del suo ritorno dopo l’esperienza del lager e del difficile reinserimento nella vita civile. Nel 1997 uscì postumo “Il futuro spezzato”, un saggio sull’infanzia durante la dittatura nazista, cui Lidia Beccaria Rolfi lavorava da quasi venti anni e che Primo Levi aveva apprezzato tanto da scriverne l’introduzione.

Nella sua opera di testimone contro ogni negazionismo, si espresse in modo critico contro chi identificava la Resistenza italiana nella sola esperienza della lotta armata, rimarcando l’importanza dell’opposizione antinazista realizzata dai detenuti nei Lager.

Giuliana Fiorentino Tedeschi nasce a Milano il 9 aprile 1914, in una famiglia ebraica. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Napoli, dove il padre, rappresentante farmaceutico, si era trasferito per lavoro; quindi, ritornata a Milano, nel 1936 si laurea all’Università di Milano in Glottologia. L’emanazione delle leggi razziali fasciste le precludono l’accesso alla cattedra di insegnamento alle superiori pur avendo superato il concorso. Si sposa con l’architetto Giorgio Tedeschi, trasferendosi nel 1939 a Torino, luogo d’origine della famiglia del marito. Nascono due bambine. Qui, dopo anni difficili, l’8 marzo 1944 Giuliana è arrestata con il marito e la suocera, Eleonora Levi. Le figlie vengono invece messe fortunosamente in salvo dalla fedele domestica. Condotti nel carcere di Torino e quindi al campo di transito di Fossoli e di qui, il 5 aprile 1944, deportati ad Auschwitz con altre 600 persone Eleonora Levi viene immediatamente selezionata per la camera a gas; Giorgio e Giuliana vengono separati. Giuliana, immatricolata a Birkenau, diventa il n. 76847. Con loro ha viaggiato anche il cugino Vittorio Tedeschi, arrestato e destinato a morire a Mauthausen. Il marito morirà il 25 nella marcia di evacuazione da Auschwitz. Anche Giuliana viene trasferita con una delle marce di evacuazione verso il campo di concentramento di Ravensbruck, dove giunge probabilmente nei primi giorni di febbraio. Viene poi trasportata (probabilmente il 22 febbraio) nel sottocampo di Malchow: sarà liberata da russi e francesi durante la marcia di evacuazione da quest’ultimo Lager presso Lorenzkirch, il 22 aprile 1945. Tornata in Italia Giuliana ritrova le due figlie sfuggite alla cattura e alla deportazione. Nel 1946 pubblica Questo povero corpo (Editrice Italiana, Milano), una delle prime memorie di deportati italiani dai campi di concentramento nazisti. Insieme all’insegnamento in un Liceo di Torino e alla pubblicazione di antologie per le scuole è attiva come testimone e memoria della deportazione e della persecuzione nazifasciste. Nel 1988 Giuliana pubblica un secondo libro di memorie sulla sua esperienza nei lager nazisti (C’è un punto della terra… Una donna nel lager di Birkenau, La Giuntina, Firenze).

Frida Misul nasce a Livorno nel 1912 da una famiglia ebraica. Studia canto e dopo l’introduzione delle leggi razziali fasciste del 1938 continua talora ad esibirsi con lo pseudonimo di Frida Masoni. Il periodo dopo l’8 settembre 1943 è segnato dalla morte per malattia della madre e dalle continua preoccupazione per le sorti dei familiari: il padre e le due sorelle minori. Arrestata ad Ardenza (LI) il 1° aprile 1944 dalla polizia italiana, è detenuta a Livorno poi inviata al campo di transito di Fossoli. Qui è sottoposta a brutali interrogatori perché riveli il nascondiglio dei familiari e del cugino, Umberto Misul, unitosi ai partigiani. Frida non cede ed è quindi deportata a Auschwitz il 16 maggio 1944. All’arrivo al campo è immatricolata con il n. A-5383. Sottoposta ai lavori forzati, è stremata nel fisico finché ammalata è ricoverata nell’ospedale del campo. Qui scampa alla morte grazie alla sua voce di cantante. Viene occupata con lavori meno brutali e la domenica canta per le SS. La stessa storia si ripete al campo di Villistat, in Germania, dove è trasferita. L’ultimo trasferimento la conduce a Terezin, pochi giorni prima della Liberazione il 9 maggio 1945.  Trascorsi tre mesi in un ospedale sovietico e un mese in un campo di raccolta statunitense, Frida intraprende il viaggio di ritorno che la riporta a Livorno, dove ritrova la famiglia, scampata alle deportazioni. Nel 1946 pubblica uno dei primissimi memoriali di deportati ebrei nei campi di sterminio nazisti.  L’opera di Frida Misul è un volumetto di 47 pagine “Fra gli artigli del mostro nazista: la più romanzesca delle realtà, il più realistico dei romanzi”, scritto di impeto in cui esprime tutta la rabbia e l’orrore dell’esperienza vissuta.

Alba (detta Albina) Valech nasce a Milano da una famiglia ebraica. Durante la seconda guerra mondiale Alba Valech fu tra gli oltre 8.500 ebrei italiani deportati nei campi di sterminio nazisti e una dei pochi sopravvissuti. Alba viene arrestata una prima volta a Siena con la sua famiglia nel 1943 dalla polizia fascista nella villa “Il Branchino” ai Cappuccini e trasferita a Firenze e Bologna. Sposa di un matrimonio misto, Alba è l’unica ebrea del gruppo ad essere rilasciata con il marito. Per tutti gli altri (inclusi i familiari di Alba) segue la deportazione immediata e la morte ad Auschwitz. Alba e il marito cercano rifugio a Milano, ma senza fortuna. Alba è nuovamente arrestata nell’ aprile del ‘44 a Milano. Detenuta nelle carceri milanesi, viene trasferita al campo di transito di Fossoli. Dopo pochi giorni nelle carceri di Verona, viene deportata ad Auschwitz, dove è immatricolata con il n.A-24029.  Sopravvissuta alle atrocità del campo di Birkenau, Alba viene liberata il 1 maggio 1945 dall’esercito statunitense presso Dachau dopo la marcia di evacuazione. Tornata in Italia, dopo la deportazione, Alba vive insieme ad Ettore prima a Milano, poi a Imperia e infine a Genova dove il marito lavora per l’Ufficio delle Entrate. Nel 1946 Alba Valech pubblica a Siena uno dei primissimi memoriali di deportati ebrei nei campi di sterminio nazisti. L’opera di Alba Valech è un volume di poche decine di pagine, intitolato “A 24029”, nel quale l’autrice ripercorre con stile sobrio ed essenziale la propria vicenda personale in 3 tappe:  “L’uomo lupo all’uomo”, in cui descrive l’arresto a Siena condotto esclusivamente da italiani fascisti, senza alcuna presenza tedesca; “Da S. Vittore a Fossoli”, incentrato sull’arresto a Milano e sulla vita al campo di transito di Fossoli; “A 24029”, in cui racconta la deportazione e gli orrori del campo di Auschwitz con le selezioni e le uccisioni nelle camere a gas.

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