Le donne e l’Olocausto/4 Donne che salvano

Anche Papa Francesco ci invita a non dimenticare le vittime dell’Olocausto e quella storia terribile. Quella storia è fatta anche di gesti e atti di generosità di cui anche la Chiesa è stata protagonista.

Maria Corsetti è originaria di Ceprano (Frosinone), entra giovanissima nella Congregazione delle Suore di San Giuseppe di Chambery della Comunità del Casaletto in Roma. Assume il nome di suor Ferdinanda. Si occupa della formazione, prima come docente poi come preside dell’Istituto. Nel 1943, insieme alla novizia Anna Bolledi (Suor Emerenziana), si prodiga nel nascondere giovani e adulti ebrei nel Convento. Le bambine sono fatte passare per studentesse con cognomi del Sud Italia (che quindi non possono tornare al loro paese d’origine, liberato dagli Alleati), le donne sono travestite da suore mentre gli uomini e i ragazzi sono nascosti in un edificio nel cortile del complesso. Il pericolo è enorme perché il Convento si trova a poca distanza dal comando delle SS, che spesso utilizzano la cucina del Convento e frequentemente compiono ispezioni. Gli ebrei hanno anche un luogo per celebrare le loro funzioni religiose. Tra le rifugiate, vi era la tredicenne Lia Levi, che ne ha scritto nel suo romanzo autobiografico Una bambina e basta. Suor Ferdinanda ha ricevuto insieme a Suor Emerenziana il titolo di “Giusto fra le nazioni” il 17 marzo 1998 per il ruolo assistenziale in favore degli ebrei svolto dall’Istituto delle Suore di San Giuseppe di Chambéry, nel corso dell’occupazione tedesca di Roma.

Ida Brunelli in Lenti

Ida Brunelli, era di Monselice (Padova). Lavorava come baby sitter presso la famiglia ebraica ungherese Kálmán. Dopo l’emanazione delle leggi razziali fasciste nel 1938, il capo famiglia fece un viaggio in Ungheria, dove aveva intenzione di tornare ad abitare, ma una volta lì venne costretto ad arruolarsi nell’esercito ungherese. Ricoverato in ospedale per motivi di salute, morì nel 1942. La moglie Yuzzi, che nel frattempo si era trasferita con i figli a Castiglion Fiorentino, si ammalò di cuore e, dopo aver fatto promettere a Ida di occuparsi dei suoi figli, morì nel gennaio 1944. Il mese successivo, Ida portò i bambini presso la madre a Monselice per nasconderli temporaneamente, poi li trasferì nell’ Orfanotrofio dei Frati di Sant’Antonio, a Noventa Padovana. Grazie all’aiuto del parroco e altre personalità del Paese Ida rimase sempre in stretto contatto con i bambini e li incontrava ogni domenica. Subito dopo la Liberazione si mise in contatto con la Brigata Ebraica, che si stava occupando dei tanti bambini ebrei rimasti orfani. Con tanto dispiacere li accompagnò personalmente fino al loro imbarco sulla nave che li avrebbe portati in Palestina, felice però perché erano sfuggiti ai criminali nazisti. Più tardi si sposò con Gino Lenti, operaio torinese della FIAT, ma purtroppo non ebbe figli ma quei tre bimbi ebrei rimasero sempre nel suo cuore. Per il suo gesto di solidarietà e altruismo, il 24 febbraio 1993 Ida Brunelli in Lenti fu insignita del riconoscimento di giusta tra le nazioni dall’istituto Yad Vashem di Gerusalemme. È morta a Torino nel 2008.

Hannah Szenes, immigrata nell’allora mandato britannico della Palestina. Nel 1941, entrò in un’organizzazione paramilitare ebraica l’Haganah che durante il conflitto mondiale venne integrata nell’esercito britannico. Si offrì volontaria per una pericolosa missione in Jugoslavia dove avrebbe dovuto allacciare i rapporti con i partigiani della resistenza per aiutare gli ebrei ungheresi destinati al campo di sterminio di Auschwitz. Fu scelta tra 33 uomini. Venne paracadutata in Jugoslavia in territorio nemico e per tre mesi restò con i partigiani fino a quando, tentando di arrivare a Budapest fu catturata dalla polizia nazista. Nonostante le minacce e le torture cui fu sottoposta, non collaborò mai né accettò di rivelare informazioni. Rifiutò di chiedere clemenza al processo che si tenne nell’ottobre del 1944, venendo quindi condannata a morte per fucilazione. Hannah non volle essere bendata per guardare in faccia il plotone di esecuzione. Il suo silenzio ha salvato altri ebrei.

Gisi Fleischmann

Gizela  (Gisi) Fleischmann è di Bratislava, dove vi nasce il 21 gennaio 1892 A otto anni non frequentò più la scuola ma studiò  individualmente la letteratura tedesca, la storia dell’arte e la storia. Quando nel 1918 Bratislava divenne la capitale della Cecoslovacchia, Gisi, come la chiamavano tutti, era particolarmente interessata al sionismo tanto da organizzare incontri nel ristorante dei suoi genitori. Divenne vice presidente dell’Organizzazione delle donne sioniste. Dal 1933 Gisi offrì subito il suo aiuto ai rifugiati ebrei che scappavano dalla Germania nazista e dall’Austria. Nel 1939, mandò in Palestina le sue due figlie, Aliza e Yehudit, per proteggerle dalla persecuzione nazista. Lo stesso anno, il fratello Gustav venne assassinato e sua moglie Lily, si tolse la vita. Nel 1942 morì invece il marito di Jozef Fleischmann. Gisi, malgrado il dolore per i lutti fu nominata direttrice del dipartimento delle migrazioni e fece anche parte di un gruppo che aiutava gli ebrei in Slovacchia. Inoltre, inviò alle organizzazioni ebraiche le prime testimonianze dei sopravvissuti di Auschwitz dove si era resa conto che la vita degli ebrei poteva essere comprata in cambio di denaro, così contattò diversi amici del marito con l’obiettivo di pagare un riscatto per salvare la vita degli ebrei slovacchi. Questa idea venne proposta ad Heinrich Himmler che sembra interessato ma gli ebrei slovacchi vennero comunque deportati. Durante il rastrellamento di massa di Bratislava del 28 settembre 1944, il capo dell’operazione, autorizzò Gisi a rimanere nel suo alloggio, per occuparsi dell’invio delle provviste agli ebrei imprigionati a Sereď, alla fine però venne deportata anche lei, dopo la scoperta di una lettera da lei spedita a un ebreo sfuggito alla deportazione. Il 17 ottobre, fu messa sull’ultimo treno in partenza dalla Cecoslovacchia per il campo di Auschwitz. Quando il treno giunse al lager, Gisi fu portata via da due SS. Non si sa con certezza cosa ne fu di lei, ma si pensa che fu uccisa nelle camere a gas poco dopo l’arrivo al campo. Della sua famiglia si salvò l’altro fratello con la moglie e la madre di Gisi. Nel 1949 i Fischer tornarono in Israele, dove già vivevano le due figlie di Gisi.

Irena Sendler nasce a Varsavia nel 1910 da una famiglia di tradizione socialista. Fin da piccola trascorre molto tempo con i suoi coetanei di origine ebrea, e a 5 anni è in grado di parlare yiddish. Il padre è medico e fra i suoi pazienti ci sono molti ebrei poveri di cui si prende cura gratuitamente. Da ragazza Irena entra nel movimento scout e durante gli anni universitari si oppone apertamente alla discriminazione degli studenti ebrei. Entra nell’Associazione della Gioventù Polacca Democratica e nel Partito Socialista Polacco. Quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale, ha 29 anni e lavora come assistente sociale per l’amministrazione comunale, dove, con il supporto del direttore del dipartimento (che per questo verrà deportato ad Auschwitz), soccorre gli ebrei oggetto di ogni tipo di discriminazione da parte dell’autorità nazista occupante. Nell’autunno del 1940, a Varsavia, nasce il ghetto dove vi sono quasi 400.000 ebrei che vivono in condizioni igieniche precarie, aggravate dalla mancanza di cibo e medicine: si moltiplicano le epidemie e il tasso di mortalità è altissimo. In quanto infermiera, Irena riesce ad ottenere un lasciapassare: ufficialmente entra per la disinfestazione, in realtà organizza una rete di soccorso procurando cibo, generi di conforto, vestiti. Quando è nel ghetto porta la stella di David, come segno di solidarietà. Nel 1942 nasce l’organizzazione segreta “Consiglio per l’aiuto agli ebrei” chiamato Zegota e Irena ne diventa subito una attivista con il nome in codice di Jolanta. Quando i tedeschi vogliono chiudere il ghetto lei inizia a trasferire i bambini, vestita da infermiera, nascondendoli nelle ambulanze. Spesso i piccoli vengono addormentati con i sonniferi e rinchiusi in un sacco o in una cassa per passare nella parte ariana, facendo credere agli uomini della gestapo che si tratta di morti per tifo. Dopo l’uscita dal ghetto i bambini sono raccolti in centri di assistenza o in conventi. Il 20 ottobre del 1943, i nazisti arrestano “Jolanta” e la torturano brutalmente per tre mesi senza riuscire a farla parlare; la condannano a morte e la trasferiscono nel terribile carcere di Pawiak. L’organizzazione Zegota riesce a corrompere un generale nazista con il denaro per salvarla dalla fucilazione. Da quel momento vive in clandestinità con il nome di Klara Dabrowska, perché ufficialmente è stata fucilata. Intanto continua a collaborare con Zegota e aiutare gli ebrei, coordinando il salvataggio di molti bambini. Il numero esatto non si sa ma sembra che siano almeno 2.550 i bambini salvati. Durante l’Insurrezione di Varsavia lavora come infermiera nel Punto Sanitario. Dopo la guerra entra nel Centro di Aiuto Sociale della capitale. Contribuisce a creare orfanotrofi, un Centro di Assistenza per le Madri e i Bambini in difficoltà. Viene perseguitata anche dai Servizi di Sicurezza comunisti: nel 1949 è arrestata e brutalmente interrogata, perché sospettata di nascondere membri dell’Esercito Partigiano (AK); in carcere perde un bambino nato prematuramente. Si iscrive al Partito Operaio Unificato Polacco, da cui esce nel 1968, in segno di protesta per le repressioni contro studenti ed intellettuali, e per la campagna antisemita lanciata dal governo. Nel 1980 aderisce a Solidarnosc. Tanti anni dopo la Sendler riceverà numerosi premi e riconoscimenti in patria e all’estero. Nel 1965 l’istituto di Yad Vashem le ha conferito la Medaglia di” Giusto fra le Nazioni” e nel 1991 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Israele. Nel 2006 l’associazione” I figli dell’Olocausto” insieme al Ministero degli Esteri ha dato vita al premio” Irena Sendler” per aver reso migliore il mondo. Nel 2007 è stata candidata al Premio Nobel per la pace.

Tanti i Conventi di Religiose che accolsero gli ebrei, così come tanti furono, sacerdoti, vescovi, frati e laici cattolici che aiutarono gli ebrei italiani e non solo. Secondo lo storico ebreo Emilio Pinchas Lapide, già console generale a Milano “la Santa Sede, i Nunzi e la Chiesa cattolica hanno salvato da morte certa tra i 740.000 e gli 850.000 Ebrei”. Solo a Roma la Comunità ebraica ha attestato che la Chiesa ha salvato dalla Shoah 4.447 Ebrei. A Roma, famoso era il cappuccino Padre Benoit che lavorava nei pressi della Stazione Termini per fornire carte d’identità false e altri documenti, con la collaborazione di religiosi e religiose, oltre che di dipendenti comunali e di tanti giovani di Azione Cattolica. Sempre alla Stazione Termini l’Istituto del Sacro Cuore dei Salesiani, divenne un centro di smistamento di gente da collocare, e non fu l’unico.
Una porta aperta, un rifugio sicuro dove sfuggire alla morte, questo hanno rappresentatogli oltre 220, fra conventi, chiese e case appartenenti a vari ordini religiosi che nel pieno della persecuzione nazista, offrirono riparo e aiuto.

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