Pubblichiamo la riflessione del vescovo di Macerata, Nazzareno Marconi sull’inizio della Quaresima, apparso sul numero di Emmaus sulle pagine di Avvenire di ieri, martedì 21 febbraio.


La Quaresima si apre ogni anno con il vangelo delle tentazioni che ricorda alcuni temi fondamentali della nostra fede. La tentazione vissuta da Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, annuncia che l’essere sottoposti a tentazione non è un errore di percorso, ma una condizione costitutiva dell’essere uomo.

Non c’è nulla di sbagliato in me se vivo un tempo di tentazione, se vedo qualcosa di attraente e buono in ciò che la mia fede definisce come il male. La nostra condizione umana infatti porta con sé la fragilità di uno spirito incarnato, un essere aperto alla intuizione della verità, ma che vi giunge a tentoni: attraverso i sensi, le emozioni, le passioni, le gioie e le paure. Una condizione complessa e fragile che ha cantato un poeta contemporaneo come Lucio Battisti, perché anche le cosiddette “canzonette” possono dire il vero: «Come può uno scoglio / Arginare il mare? Anche se non voglio / Torno già a volare. Le distese azzurre / E le verdi terre / Le discese ardite / E le risalite. Su nel cielo aperto/ E poi giù il deserto / E poi ancora in alto / Con un grande salto».

La tentazione ci dice che: non è facile scegliere, che non basta voler esser buoni, né semplicemente seguire il desiderio più immediato, un «va’ dove ti porta il cuore!» non è certamente assicurazione di successo. Il desiderio, la sensazione, la passione profonda, possono essere una fame che ci annebbia la vista. Ed allora potremmo confondere Satana per un saggio consigliere, il bisogno di pane come il bene più prezioso, mentre non basta a darci vita, perché «non di solo pane vive l’uomo». La tentazione ci ricorda che la libertà non è solo una ricchezza che possediamo, ma anche un compito che ci rende responsabili. La tentazione più grande e forse oggi più attuale è proprio il sogno dell’irresponsabilità, quella leggerezza dell’essere che tanto attrae, ma che poi diventa insostenibile.

Perché non si può essere uomini e vivere liberi senza mai guardarsi allo specchio e chiedersi: cosa sto facendo della mia libertà? La fede ci assicura che anche per chi rifugge da tutti gli specchi, ci sarà alla fine uno sguardo da cui non sarà possibile fuggire. Uno sguardo certo di Padre misericordioso, ma che non potrà dire cose diverse dalla domanda che nella Bibbia apre il dialogo tra Dio e l’uomo diventato peccatore. Quell’uomo che ha cominciato ad usare la sua libertà con incoscienza e leggerezza e senza fidarsi del bene indicato dalla parola di Dio. A quel primo uomo peccatore, Dio non rivolge un rimprovero arrabbiato, non urla una condanna indispettita, perché Dio è Dio e non è un uomo come noi: orgogliosi, rancorosi, permalosi. Davanti al nostro peccato la parola che giunge da Dio è triste, ma propositiva: «Adam, uomo, dove sei?». Dove sei finito? Prendi coscienza che le tue scelte comportano conseguenze, che la libertà si lega alla responsabilità, che non puoi lagnarti con Dio se segui cattivi consigli e disprezzi la luce della Sua Parola. «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che viene da Dio».

La ricetta per vincere nella guerra della libertà e delle tentazioni è prendere coscienza della propria libertà fragile, esposta ai limiti di una umanità che deve navigare tra passioni buone ed attrazioni negative, tra desideri che promettono di guarire subito ferite profonde e piccoli passi faticosi che realisticamente le curano solo pian piano. Ma la Parola di Dio è un dono prezioso, una bussola che indica anche nella nebbia la direzione della salvezza. Non è facile essere uomini e anche la fede può diventare una illusione. «Se sei figlio di Dio, di’ che le pietre diventino pane» suggerisce il Malvagio consigliere. Sembra una frase religiosa, che parla di Dio e del suo amore per noi. Un amore che, come figli ci renderebbe “potenti”, capaci di sodisfare senza fatica e responsabilità ogni nostra fame. Il vangelo della tentazione ci insegna che una falsa fede, in cui Dio è a servizio dei nostri desideri, può essere più velenosa per l’anima dell’ateismo di chi questo Dio “obbediente a noi”, più “un nonno rintronato” che un vero Padre che chiama a maturità, lo rifiuta.

La Quaresima è tempo di deserto, perché per far risuonare nel suo pieno senso la Parola è necessario fare attorno a noi il deserto delle chiacchiere, delle emozioni facili, delle fughe dal guardarci allo specchio della responsabilità di essere uomini: «Uomo, dove sei?».

La Quaresima è tempo di digiuno, perché per assaporare il gusto buono del pane è utile tornare a provare fame, a sciacquarci la bocca di tanti liquori dolci che stordiscono e cancellano i sapori veri.

La Quaresima è tempo di preghiera, perché parlare con Dio nella verità, come con un Padre che ci chiede di vivere e di rispondere, è la sola strada per imparare a riconoscere le voci dei falsi consiglieri… e non sono pochi.

Buona Quaresima

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