Orfeo attraversa con voce sicura il corridoio della platea. Le battute sono incalzanti, potente il testo che deve aprire la scena a Dioniso. Ma le sue gambe tremano. L’emozione della prima non è da sottovalutare. Soprattutto per un giovanissimo attore.

È ripresa, dopo la pausa della pandemia che ha consentito solo rappresentazioni virtuali, l’attività del TaS – Teatro a Scuola – del Liceo Leopardi di Macerata e, in occasione della IX edizione della Notte del Liceo Classico, il 5 maggio i giovani attori hanno portato in scena “Bakxai – da Euripide a Soyinka”, per la regia di Francesco Facciolli. Una lettura delle Baccanti di Euripide che passa attraverso lo sguardo del drammaturgo e poeta africano, sottolineando l’ottusità di un potere politico che vuole essere solo coercizione e ricerca di ordine.

Le Baccanti sovvertono quest’ordine con le loro danze cadenzate, i loro colori, le loro corali invocazioni a Bromio – Bacco, il dio del “fragore”. Penteo, fieramente avverso al culto barbarico, calca la scena a piedi nudi. L’indovino cieco Tiresia si appoggia al re Cadmo. Più delle parole, colpiscono lo spettatore i gesti, i corpi, la fisicità finalmente libera di esprimersi. La voce deve raggiungere il pubblico senza strozzarsi. Il contatto visivo con gli altri attori dà il ritmo alle battute. Nello spazio d’immaginazione che è il teatro, tutto diventa, adesso sì, reale.

Torna al centro della scena, prima di tutto, la relazione. E, a chi ha visto per due anni questi ragazzi dietro le telecamere che inquadravano una cameretta, a chi ha fatto fatica a riconoscerne i visi a lungo coperti dalle mascherine, ora le maschere del teatro sembrano svelare un volto più complesso, più bello, più vero. Perché bello è il loro desiderio di mettersi in gioco, di abbandonare la timidezza in un’età in cui molti, soprattutto dopo l’isolamento, preferirebbero diventare invisibili; perché vero è il coraggio necessario a misurarsi con un’opera tutt’altro che semplice, a riflettere sul rapporto che c’è tra la ragione e il furore, tra la libertà e la spietata follia: per indossare i panni di un altro occorre aver fatto, prima, un viaggio dentro se stessi e, poi, aver ascoltato anche i punti di vista degli altri. Quello che non farà Penteo, chiuso nei suoi schemi, e perciò condannato ad essere dilaniato dalle donne tebane incitate dal dio.

E dunque, sì, il corpo torna protagonista con tutte le sue emozioni, i tremori di gambe e il fiato in gola, ma non senza il pensiero. Come sembra suggerirci Euripide, se l’ordine e l’esaltazione non trovano un punto di incontro dialettico, il finale non può che essere tragico.

Invece, in questa serata, nonostante il copione abbia voluto la testa di Penteo infilzata sul tirso di Dioniso, il finale è stato quello di una vera festa. A celebrare la bravura degli attori, del regista, dei collaboratori, ma, soprattutto, una ritrovata ebbrezza di lavorare insieme.

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