Pubblichiamo l’intervista, al cura del Comitato Pellegrinaggio Macerata Loreto, al Cardinale Angelo De Donatis, Vicario di Sua Santità Papa Francesco per la Diocesi di Roma, che presiederà la Santa Messa allo stadio Helvia Recina di Macerata il prossimo 10 giugno in occasione del 45° Pellegrinaggio.


Il Pellegrinaggio a piedi Macerata-Loreto, nato 45 anni fa per iniziativa di un giovane sacerdote, quest’anno ha come tema “Chi cerchi?”. Come si sente interpellato da questa domanda che Gesù Risorto pone alla Maddalena e che oggi rivolge ad ognuno di noi?

Questa domanda: ”Chi cerchi?”(Gv20,15) che Gesù rivolge alla Maddalena all’alba di Pasqua, è già presente all’inizio del Vangelo di Giovanni, quando Gesù accortosi che i discepoli di Giovanni lo seguivano, si voltò e disse: “Che cosa cercate?” (Gv1,38), e loro risposero: ”Maestro dove dimori?”(Gv 1,38). Anche nell’orto del Getzemani Gesù farà una domanda simile ai nemici che vengono a catturarlo: “Chi cercate?” (Gv 18,4).

Gesù storico e Cristo risorto è sempre lo stesso Signore di ogni uomo che cerca, e Il luogo dove abita non può conoscersi per una informazione, ma per una esperienza.

E’ una domanda allora che ci riporta all’essenziale. Non ci sono illusioni, non ci sono interessi su cui appoggiarsi. C’è soltanto una croce su cui appoggiarsi. Ognuno di noi ha tanti motivi per aggrapparsi alla croce; lo vedo con chiarezza nel ministero della riconciliazione; la fedeltà faticosa nelle famiglie, la croce del lavoro così precario tante volte da renderlo disumano. E poi la malattia, la solitudine, il peccato. La Pasqua incomincia così, sorreggendoci alla croce tutti insieme. Certamente la Chiesa in comunione si fa così; stando tutti insieme sotto la croce, a mani vuote; lasciamo ad altri lanterne fiaccole e armi.

Forse, per poterlo un giorno vedere, dobbiamo imparare ogni giorno, che cosa significhi il dolore innocente e dobbiamo con delicatezza affettuosa vegliare con Gesù. Gesù è contento che noi vegliamo con Lui. Non importa se noi alcune volte siamo tra i crocifissori, altre volte siamo più coraggiosi come Giuseppe di Arimatea e Nicodemo.  E’ più importante esserci. Gesù ha bisogno che noi vegliamo con Lui così semplicemente senza troppi sensi di colpa e senza troppi onori. Avevano chiesto a Gesù all’inizio del vangelo di Giovanni, dove abitasse, e Lui fa esperienza della morte di un grande amico come Lazzaro, e decide di abitare proprio lì, nel nostro dolore. E lì siamo veramente tutti fratelli.

Il Papa in maniera accorata, più volte in questo ultimo anno, ci ha invitato a pregare per la pace, a domandare la pace. Mons. Luigi Giussani, nel 1998 in piazza S. Pietro davanti a Papa Giovanni Paolo II, ribadiva che “l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo”. Qual è il senso profondo di questo invito a domandare la pace di Papa Francesco?

Il senso profondo a cui ci invita papa Francesco si esprime nel fatto che la pace è diventata una realtà sempre possibile, da quando nella notte di Natale la storia ha cambiato direzione e gli angeli hanno cantato il Gloria; Dio verso l’uomo amato, il cielo verso la terra, dal Tempio a un campo di pastori. La pace inizia dai perdenti, dai mendicanti, da Dio che ha spogliato se stesso, assumendo la nostra natura, e dai pastori, i reietti di ogni tempo.

L’impero romano controllava il mondo con la spada di Cesare; certamente anche con il Diritto romano, ma fondamentalmente con la spada. Ecco tra la spada e il diritto, non sempre nemici, anzi spesso alleati, nasce un bambino. Un bambino supera il Diritto, e rende inefficace la spada.

La parola «pace» quando non viene dalla spada, ma quando viene detta nella capanna di Betlemme, non è retorica politica, ma è realtà.

La pace poi come ci raccontano i vangeli del tempo di Pasqua è un dono del Risorto; spesso come i discepoli anche noi siamo chiusi in casa per paura del tempo presente. Gesù però viene lo stesso; irrompe dove c’è chiusura, diffidenza, disperazione: “Pace a voi”. Non è una promessa ma un dono. Non è una fatica da compiere ma una Grazia da accogliere che ti cambia dentro, ti ribalta la pietra del cuore. Ancora oggi Gesù risorto con il Suo Spirito continua a ribaltare le pietre; dopo, solo dopo, sono efficaci le diplomazie e le trattative.

I giovani sono attratti da proposte esigenti e ricche di bellezza come il camminare insieme nella notte con uno scopo e desiderano trovare un luogo dove la domanda di senso può essere accolta. Che responsabilità chiede questo alla Chiesa di oggi?

Ogni volta che mi capita di vedere da vicino i giovani, nelle parrocchie, nelle piazze, nelle metropolitane affollate, davanti alle scuole sento forte un nuovo slancio verso la vita. Guardo e basta. Alcune volte prego. Assaporo con tenerezza la vita dei giovani, vite a volte disilluse, piene di voglia di vivere ma faticose. Hanno bisogno dell’albero del Vangelo per ristorarsi alla sua ombra; hanno bisogno di una Chiesa che annuncia loro la Parola così come possono intendere, senza chiedere certificati di idoneità. Quando ci accorgiamo che come testimoni del Regno non siamo accoglienti e non diamo ristoro, dobbiamo avere il coraggio di chiederci che cosa abbiamo seminato e che albero stiamo facendo crescere. Il cammino sinodale è una opportunità da non sprecare anche in questo senso.

È dal seme della spiritualità e dell’interiorità che germogliano vite belle. La Chiesa custodisce   questi semi, e il Signore ci manda a fecondare il Suo campo.  Senza i piccoli semi della Parola di Dio, si fa fatica, non solo nella adolescenza, ma anche negli anni della università, nel lavoro, nel matrimonio e come genitori, anche nella vita consacrata. Si rischia di vivere una vocazione spesso senza più radici autentiche, più facilmente preda della ricerca del potere, dell’egoismo, della mondanità e del clericalismo, vivendo un laicato, oppure un celibato e un ministero sacerdotale non come dono della Grazia, ma come un vincolo senza felicità, senza amore e senza gioia.

Non dobbiamo però aver paura della nostra debolezza, e a volte anche impotenza, perché nel momento in cui facciamo esperienza di tutto questo, si manifesta la potenza di Dio che non ci lascia soli, e fa germogliare e crescere il seme.

Quando potremo gustare frutti maturi? La risposta più semplice e più vera è, ogni giorno. Ci vengono offerti in tanti modi diversi, dalle persone che incontriamo; per gustarli però bisogna fare un lavoro di rinuncia, eliminare tanti preconcetti, buttare via tanta zavorra, per restare quasi a mani vuote, cioè libere per accogliere il dono.

Gesù ce lo ha detto chiaramente: «Non portate borsa né sacca né sandali» (Lc 10, 4). Non lasciamoci mai condizionare dai mezzi che abbiamo in mano, non diventiamo gruppo di pressione, o gruppo di potere; andiamo prima di tutto con la forza della fede, incontro e insieme ai giovani in particolare, ragazzi e ragazze che attendono una Parola di Speranza, nel mondo e nella Chiesa, non più collaboratori ma corresponsabili.

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