di Adelaide Compagnucci

Ci siamo conosciute casualmente in un corso che abbiamo frequentato insieme. La vedevo da lontano molto riservata e discreta. Nel pullman che ci riportava a casa abbiamo iniziato a parlare. Prima di argomenti generici poi pian piano abbiamo comunicato le nostre impressioni, le nostre perplessità su certi comportamenti e così ogni giorno ci inviamo dei brevi messaggi. Una conoscenza occasionale che si è trasformata in un’amicizia. Una settimana fa mi ha chiesto se potevo accompagnarla a un colloquio importante con una dottoressa. Non se la sentiva di guidare. A me queste strade asfaltate sembrano tutte belle e piene di magnifici panorami, non ho esitato a dirle che non avevo problemi. Come sempre ambedue siamo arrivate con un largo tempo di anticipo all’appuntamento, ma ci è servito per parlare e lasciare da parte i messaggi che tutti i giorni ci inviamo. Al ritorno ci siamo salutate e lei mi ha ringraziato con un dolce che mi aveva preparato la sera prima.

Un dolcetto preparato con affetto, fatto di cacao che per me ha rappresentato tutto il nero che le giornate ci riservano, ma il cacao si può trasformare seguendo la ricetta cristiana in una sofferenza che trasforma la materia prima in qualcosa di efficace ed utile. Bagnato anche di latte che rappresenta il tanto bene che abbiamo, che può scorrere senza farsi notare, ma di cui la nostra vita è impregnata, un dono che ci viene dal Cielo che dà sapore al tutto. Poi ha usato la farina, che da sola è semplice polvere che a volte può impedire di vedere il sole, ma se usata in modo giusto fa miracoli. Infine lo zucchero che deve essere ben dosato, per rendere il dolce piacevole al palato, come il sale. E il vangelo ci ricorda appunto che dobbiamo essere sale.

Infine l’altro ingrediente che ha usato sono le uova, senza le quali ben pochi dolci possono essere preparati. Eppure esse devono essere quelle fresche, allora bisogna vagliarle per vedere se sono sufficientemente fresche. Il dolcetto era squisito, perché dentro vi erano tutti questi ingredienti per un ringraziamento, per una gentilezza, per indicare che l’amicizia è reciproca. Un dare e un ricevere. L’Eucarestia è il ringraziamento per eccellenza, ma per celebrarla il Signore ha bisogno del nostro pane e del nostro vino frutti del lavoro dell’uomo: senza questi ingredienti non vi può essere Eucarestia. Tutta la vita liturgica della Chiesa gravita attorno al sacrificio eucaristico e ai sacramenti” (Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1113).

Eucaristia, perché è rendimento di grazie a Dio. I termini eucharistein (Lc 22,19; 1 Cor 11,24) e eulogein (Mt 26,26; Mc 14,22) ricordano le benedizioni ebraiche che – soprattutto durante il pasto – proclamano le opere di Dio: la creazione, la redenzione e la santificazione (Catechismo della Chiesa Cattolica, (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1328).
Il Curato d’Ars diceva “Quando lasciamo l’altare siamo felici come i Magi con il Bambino Gesù”.

Si può dire che per una vita intera ho accompagnato persone, ho dato un passaggio nelle piste della missione a tanta gente che non aveva nessuno che le portava in città.
Gesù nella sua vita pubblica guarisce dieci lebbrosi, ma solo un samaritano torna a ringraziare. Ebbene la gratitudine non è scontata come ci fa comprendere il vangelo. La riconoscenza è qualcosa che si apprende da qualcuno. Quando eravamo bambini i miei genitori mi invitavano sempre a ringraziare. Con quella domanda retorica in senso positivo: “Come si dice?”. Ed io ripetevo “grazie” a volte con timidezza, con un filo di voce e allora mi si chiedeva di alzare il tono. La gratitudine si apprende con il tempo e soprattutto facendo memoria del nostro passato, ripercorriamo le tappe della nostra vita e ci accorgiamo che siamo quello che gli altri ci hanno donato senza pretendere niente in cambio.
Ringraziare è non dimenticare che ci siamo perché altri ci hanno dato, ci hanno accudito, si sono fatti dono per noi.

L’ingratitudine nasce da quel pessimo sentimento che ci fa credere che tutto ci è dovuto.
Invece quando tu ringrazi, esprimi la certezza di essere amato. E questo è un passo grande: avere la certezza di essere amato. È la scoperta dell’amore come forza che regge il mondo. Dante direbbe: l’Amore che move il sole e l’altre stelle (Cfr. Papa Francesco).
Ricordando diventiamo solidali anche con gli altri perché comprendiamo che niente è scontato e che la gratitudine è la memoria del cuore (Lao Tse) e con don Tonino Bello ripeto la bellissima preghiera:

Eccoci, Signore, davanti a te
dopo aver tanto camminato lungo quest’anno.
Forse mai, come in questo crepuscolo dell’anno,
sentiamo nostre le parole di Pietro:
«Abbiamo faticato tutta la notte,
e non abbiamo preso nulla».
Ad ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente.
Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto,
ci aiuti a capire che senza di te non possiamo far nulla.
Ci agitiamo soltanto.
Grazie, Signore, perché
se ci fai sperimentare la povertà della mietitura
e ci fai vivere con dolore il tempo delle vacche magre,
tu dimostri di volerci veramente bene,
poiché ci distogli dalle nostre presunzioni
corrose dal tarlo dell’efficientismo,
raffreni i nostri desideri di onnipotenza,
e non ci esponi al ridicolo di fronte alla storia:
anzi di fronte alla cronaca.

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