«Carissimi,

nella vita di fede i martiri sono quelli che offrono una testimonianza cristiana fino all’effusione del sangue e tale è stato indubbiamente il giudice Livatino che oggi commemoriamo. Ma qual è il contenuto di questa testimonianza? Possiamo riassumerlo così: i valori cristiani possono essere concretamente e coerentemente vissuti. Non è cosa da poco in un mondo occidentale sempre più laicizzato, tanto che non si è avuto il coraggio, nel Preambolo della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea” di inserire un riferimento alle comuni radici cristiane.

E la prima lettura di oggi potrebbe suonare un allarme proprio parlando di radici, perché dove non si riconoscessero come radici valoriali proprie di un uomo di Dio: la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza, la mitezza; potremmo ritrovarci sorretti e guidati da un’altra radice maligna che S. Paolo indica con chiarezza: l’avidità del denaro, è la radice di tutti i mali.

La forza della testimonianza del giudice Livatino rimette al centro la domanda che prima di riguardare popoli ed Europa riguarda ciascuno di noi: su quali radici si fonda la tua vita?

San Giovanni Paolo II, nel discorso più volte ripreso delle radici cristiane dell’Europa, ha chiarito un equivoco che forse ha impedito questo riconoscimento. Per comprendere perché la questione delle radici cristiane, quindi del rifiuto di un laicismo assoluto, non sia una posizione ideologica e chiusa alle altre culture mondiali, l’insegnamento di questo pontefice santo è illuminante. Bisogna comprendere rettamente: in che modo sono nati i valori cristiani su cui si è radicata l’Europa e perché sono nati. Sono nati perché la Chiesa non è stata un progetto ideologico, ma è stata un movimento di vita e di popolo.

Questi valori sono stati creati, perché il popolo cristiano ha creato la cultura e la civiltà europea, non prefiggendosi ideologicamente di creare una cultura, ma vivendo. E soprattutto perché questo popolo cristiano non è una struttura sociale divisiva ed escludente, etnica e razzista, con il costante rischio di cadere vittima di rinascenti populismi. Un altro grande pontefice santo, San Paolo VI, ha infatti chiarito come il popolo cristiano, che ha radicato la civiltà dell’Europa, sia una entità etnica sui generis: un popolo che non nasce dalla carne e dal sangue, per dirla con San Giovanni, elementi divisivi ed escludenti, ma dalla libertà di una coscienza che confessa la stessa fede in Dio. Un popolo dai confini aperti all’accoglienza ed al confronto, un popolo che pone la pace al di sopra di ogni possibile contrapposizione.

E’ su questo sfondo che si può pensare positivamente una convivenza civile e di conseguenza elaborare ed applicare una visione di giustizia che la renda possibile e la rafforzi.

Questa è la vostra vocazione specifica con cui si apre l’esortazione dalla prima lettura che abbiamo già citato: Tu, uomo di Dio, tendi invece alla giustizia. Per essere, come amava dire Livatino: cristiani credenti e credibili.

E permettete che faccia di nuovo riferimento al luminoso magistero di san Paolo VI per rimettere al centro una visione ricca e profonda della parola Giustizia.

Nel discorso al Tribunale della Rota Romana del 1967 (ricordate che la sapienza come il buon vino non scade con gli anni, ma si affina) San Paolo VI indicava come missione morale di questa istituzione vaticana: indicare in pratica al mondo il significato della vera giustizia. Lasciamo stare se e quanto questa esortazione sia stata ascoltata e vissuta, il suo valore non cambia per noi.

Diceva S. Paolo VI: La Chiesa concepisce, professa e difende, una Giustizia fondata su principii morali, aventi nell’ordine obbiettivo della legge divina, naturale e positiva, non meno che nella coscienza soggettiva la loro consistenza, e che conferisce alla norma giuridica, oltre che la sua «ratio iuris», la sua stabilità e la sua socialità.

Poneva, cioè, a radice di una retta comprensione di ciò che è giusto, da una parte il riferimento ad un ordine che la contemplazione sapiente del creato sa ritrovare come traccia della mens del suo Creatore. Quella che a volte un po’ troppo semplicisticamente è detta legge naturale e che ci richiama sempre al prevalere della realtà, come appare a tutti nella sua concretezza, rispetto ad ogni costruzione ideologica, sempre di parte. Papa Francesco ne ha tratto un principio di retto discernimento che nell’Evangelii Gaudium enuncia così: la realtà è superiore all’idea.

Ma San Paolo VI richiamava anche il valore della Coscienza soggettiva, perché una vera giustizia non giudica principi astratti, o casi teorici, ma persone concrete, da accompagnare a comprendere, decidere a vivere gradualmente e liberamente quel bene comune che la legge indica come ideale da raggiungere.

Una grande vocazione la vostra, a servizio della tutela e della crescita di un mondo più giusto che necessariamente passa per l’accompagnamento e la crescita di persone più giuste.

Tu, uomo di Dio, tendi invece alla giustizia.

Sempre san Paolo VI, in quello stesso discorso, indicava i passi da fare, evocando tra l’altro una presa di posizione coraggiosa e profetica dei vescovi italiani contro la criminalità organizzata, si era nel 1967! Con questo testo chiudo queste mie povere riflessioni che ho cercato di condividere con voi, ringraziandovi ancora della vostra partecipazione.

La giustizia, va perciò rettamente intesa come fondamento della vita associata, confortando così nella coscienza dell’uomo moderno, tanto incline al soggettivismo etico, all’opportunismo, alla morale della situazione, e perciò anche al relativismo giuridico, il senso augusto e benefico della giustizia, indispensabile condizione della libertà e della pace. Non altrimenti la voce della Conferenza Episcopale Italiana, deplorando in questi giorni la diffusione della triste piaga della delinquenza violenta e organizzata, terminava il suo pastorale richiamo con esplicita menzione alla giustizia per assicurare al Popolo di Dio la civile concordia ed il pacifico progresso».

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