Tradizioni sacre e profane del periodo di Natale

di Ugo Bellesi

Nei primi giorni del mese di dicembre c’è una festa particolarmente attesa dai marchigiani perché celebra l’arrivo nel 1294 della Santa Casa nelle Marche, in una collina che guarda il mare, allora in territorio di Recanati. La festa si celebra il 10 dicembre ma i marchigiani preferiscono esaltare la “venuta” che la tradizione ha fissato nel cuore della notte tra il 9 e il 10. Fino a qualche anno fa nelle campagne erano numerosi i falò accesi per «illuminare – si diceva – il viaggio della Madonna». Ma andando più indietro nel tempo scopriamo che quella notte non dormiva nessuno.

Nelle sue memorie il padre di Giacomo Leopardi, Monaldo, nel 1624 scrive che, secondo le regole, bisognava sparare colpi di mortaio, suonare le campane alle 3.30, accendere fuochi sopra le torri comunali, i lumi alle finestre delle case e i falò nelle campagne. Chi aveva fucili poteva sparare in aria in segno di festa. Per tradizione nel territorio di Ancona quella sera si doveva digiunare mentre, nelle zone più lontane da Loreto, invece si festeggiava la vigilia della festa della Madonna facendo il cosiddetto Nataletto, cioè un pasto ridotto come quantità e tuttavia molto simile a quello della vigilia di Natale.

A proposito della vigilia di Natale, va ricordato che proprio in quel giorno le massaie marchigiane prendevano il cappone più grasso e lo lessavano. Il brodo lo lasciavano fuori della finestra per tutta la notte. Al mattino dalla superficie del brodo potevano portar via uno spesso strato di grasso. Questo era ritenuto benedetto e veniva conservato per tutto l’anno come medicamento contro alcune malattie.

Ma già alcuni giorni prima di Natale la vergara era andata in paese per gli acquisti destinati alla cena del 24 e al pranzo del 25 dicembre. E si trattava del baccalà o dello stoccafisso, di tonno e alici in scatola, o dell’anguilla. Il pesce fresco era difficile da trovare perché le nostre piccole imbarcazioni d’inverno andavano poco in mare e allora i mercati di paese venivano riforniti con il pesce del lago Trasimeno. La vigilia infatti si mangiavano spaghetti con tonno e alici, il baccalà alla brace o in umido con patate mentre se c’era l’anguilla, si faceva alla brace sotto il camino. Per dessert poteva esserci la crescia fojata o altri dolci come i cavallucci.

Il menù del pranzo di Natale era quello classico della tradizione e cioè cappelletti in brodo (o anche vincisgrassi), cappone lesso con verdure cotte, cavolfiori o anche gobbi. Come dolce il tradizionale pistinco. Non mancava mai il torrone di Camerino.

Ma c’era anche un’altra tradizione natalizia che, in alcune famiglie, continua ancora oggi. Si tratta de La tommoletta de Nata’, descritta assai bene dal nostro Giovanni Ginobili, il quale sottolinea in particolare che chi estrae i numeri molto spesso li annuncia «in modo strano». E così per 22 si dice “le paperette”, per 90 “la paura”, per 25 “Nata’”, per 33 “gli anni di Cristo”, per 24 “la vigilia di Natale”, per 8 “l’occhiali”, per 4 “la sedioletta”, per 7 “la zappa di Adamo”, per 12 “gli apostoli” e così via suscitando l’ilarità dei presenti, l’indignazione di chi non sa interpretare la frase e lo scambio di salaci battute.

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