Devo avere sbagliato giorno. Ma sì, deve essere proprio così. La strada che da Frontale conduce a Pian dell’Elmo è deserta. Ero rassegnato all’ingorgo, invece niente. Controllo il biglietto: la data è esatta. Continuo a salire in perfetta solitudine. Mi tiene compagnia solo un grillo entrato dal finestrino. Si è posato sopra il sedile, da bravo passeggero. L’estate rappresenta il tempo adatto per nuove relazioni. Ma qui non si vede nessuno. O forse no. Forse mi trovo al centro di un convenire discreto. I primi segni di vita li incontro nel prato adibito a parcheggio. Un volontario invita a mettere l’auto in fondo alla fila: «Con il cofano verso l’esterno, in caso di emergenza si esce più facilmente». Un cartello indica l’inizio del sentiero: monte Moscosi, tempo di percorrenza 30 minuti. Mi incammino insieme ad altre persone. Nello zaino solo una bottiglia d’acqua e una stuoia. Ci sono bambini e nonni, molti adulti, pochi giovani. I discorsi quelli soliti che si fanno tra amici: piccole miserie quotidiane, progetti di vacanze. Una donna parla con accento tedesco.

Fare un tratto di cammino a piedi, raggiungere un’altura, sedersi ad ascoltare. È questa l’idea che caratterizza Risorgimarche. Oggi è previsto uno spettacolo di Paolo Rumiz, scrittore triestino, autore del saggio Il filo infinito: un viaggio tra le abbazie benedettine che hanno salvato l’Europa nei periodi più bui della sua storia. Proprio una delle chiese citate nel libro, l’abbazia di Val di Castro, si scorge in lontananza, più in basso rispetto al prato che sto per raggiungere. Rumiz proporrà una lettura a più voci, con accompagnamento musicale, di Canto per Europa, il suo ultimo libro: il mito di Europa, la principessa fenicia rapita da Zeus, trasposto nella storia attuale del Mediterraneo, con il suo carico doloroso di guerre e migrazioni. Quando arrivo molte persone sono già sedute, in attesa dello spettacolo. Scarpe da trekking, sandali, canottiere: nell’accampamento improvvisato si vede di tutto.

Chi viaggia può essere un uomo d’affari, o un migrante, o un turista, dice Roberto Calasso nel suo saggio L’innominabile attuale. Il turista è caratterizzato da rilassamento estetico e superficialità. I luoghi che invade perdono la loro identità. Mi guardo intorno, e mi chiedo se anche la gente che mi circonda faccia parte di questa poco invidiabile compagnia. Ma c’è speranza. Dice Calasso che a volte è possibile imbattersi in voci differenti, provenienti da una “costellazione clandestina”. Sono le voci di quelli che chiama i “contemplanti”, apolidi ed extraterritoriali per vocazione, che si nutrono di attenzione e rispetto. Vorremmo essere tutti contemplanti, e magari ci troviamo addosso panni da turisti trasandati. Deve essere proprio così.

Nel libro di Calasso c’è anche un riferimento al mito di Europa, alla sua morbidezza sensuale, contrapposta alla rigidità solenne dell’arte egizia e assira.Si dice spesso che la parte più bella di una musica sia il silenzio che ne deriva. Al termine dello spettacolo alcune persone se ne vanno, altre si disperdono nell’altopiano, alla luce del sole che comincia ad abbassarsi, e tinge tutto di un colore dorato: l’erba secca, i cardi ancora verdi, i pochi fiori che resistono, le piccole foglie di timo che profumano di resina, limone, e di mare. Quel mare che si scorge all’orizzonte, e che ci vorrebbe tutti naviganti, disposti a naufragare.

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